Mamme Coraggio

Archive for the ‘GENITORI’ Category

Il 13 gennaio 2010 mi trovavo in un’Aula dell’Ospedale del Bambin Gesù per assistere alla presentazione di un importante Protocollo d’Intesa, il primo in Italia, e che trova applicazione da circa dieci mesi a Roma.

Tale Protocollo è rivolto a proteggere i minori, testimoni di episodi di violenza.

Ricordo bene quel giorno, anche perché, rientrando a casa, dopo quell’incontro, passai per il quartiere ebraico e c’era tanta gente a fotografare scritte di ispirazione nazista sui portoni delle antiche case del ghetto. Era il giorno della Memoria.

Bene, tornando al Protocollo, è necessario spiegare che esistono leggi di tutela per i bambini vittime di maltrattamenti, ma non esistono purtroppo normative specifiche per i minori che sono  testimoni oculari delle violenze in famiglia.

L’attenzione a questo aspetto specifico che riguarda la vita del minore è molto importante e poco considerato.

Immaginiamo un minore che assista ad episodi reiterati di violenze familiari, consideriamo la fase di separazione, non certo pacifica dei genitori, consideriamo il futuro del bambino che dovrà confrontarsi con una nuova realtà in cui incontra e vive i genitori separatamente.

Consideriamo le ipotesi in cui il minore, che ha un vissuto di violenza familiare interiorizzato, mostri sintomi di terrore, spavento e quant’altro nel dover frequentare il genitore violento.

Consideriamo l’ipotesi in cui il bambino, pur non volendo, debba, per legge, far fronte a questi incontri non voluti, anzi osteggiati e temuti.

Ebbene, la realtà giuridica dei fatti ci dice che non ci sono santi, il bambino deve ubbidire a quanto è stato per lui deciso, pena le denunce nei confronti della madre che si trova accusata di essere la responsabile prima delle paure del figlio nei confronti del padre.

Nessuno tiene in debito conto che il minore, che è cresciuto in un ambiente violento, con un genitore violento, quando si ritrova poi a vivere un’altra situazione, cioè  in un luogo diverso, al sicuro, lui e la madre, non vuole più saperne di ritrovarsi con la persona che  ha deluso il suo amore e che  teme con tutte le sue forze.

Nessuno degli autorevoli giuristi, degli importanti esperti nel campo della psicologia, mette in azione anni ed anni di studi e ricerche, per comprendere questa cosa assai semplice, anzi direi assai esperenziale.

Immaginiamo un panorama classico per chi è abituato ad ascoltare episodi di violenza familiare.

Per un nonnulla… per un piatto di pasta riuscito male, per una cosa fuori posto, per una parola in più…per un poco di confusione creata da  un bambino che gioca…è possibile che nascano, in un ambito familiare malato, voci che si librano all’eccesso, toni sempre più minacciosi, urla, urla, urla…botte del marito sulla moglie, sempe più violente, sempre più dolorose…la donna si copre, si difende dalla verga manesca del marito.

Cerca di vedere con la coda dell’occhio, mentre continua a proteggersi con le braccia, dove sia suo figlio, gli rivolge un muto sguardo che il bimbo conosce e che significa:-allontanati, nasconditi, non guardare…-

Botte, botte, botte.

Urla, urla, urla.

Minacce, minacce, minacce.

A volte, le scene, a cadenza quotidiana, sono ancora più terribili ed il bambino magari vede il padre che afferra un coltello e lo accosta a mò di minaccia al collo della madre, oppure lo vede trascinare la donna con violenza, verso il letto, porsi sopra per afferrarle il collo e quasi strangolarla…

Ed il piccolo spaventato, forse esce dal suo nascondiglio e va ad aiutare la madre…gridando come un ossesso e piangendo la rabbia ed il dolore.

Scene di drammi familiari….

Come sarebbe bello non sentirne parlare, per avere la sensazione che queste cose non esistano.

Nel chiuso delle nostre case borghesi, della nostra mentalità borghese, vorremmo che non entrassero questi orrori.

Ma magari, mentre  allontaniamo con lo schifo dei benpensanti articoli come il mio, nel chiuso di altre case, nelle case dei  figli, dei nipoti, degli  amici, si snoda un dramma simile…

E  non si hanno occhi per vedere, non si hanno orecchie per sentire….

E a volte sarà troppo tardi….

E per tutta la vita si soffrirà e si gemerà perché non si è  capito, perché si  preferiva nascondere il capo come gli struzzi.

Quando il bambino presenta tale vissuto, è  un piccolo testimone oculare.

Per tutta la vita ricorderà e rimarrà traumatizzato da tali vicende, anche se l’amore delle persone che lo accompagneranno nella crescita e gli aiuti adeguati, lo porteranno a divenire una persona capace di sapersi relazionare in maniera corretta e rispettosa con con gli altri.

Oppure tali traumi resteranno per sempre impressi in lui e lo segneranno in maniera tale da frenare la sua crescita razionale, psichica, fisica ed affettiva.

Perchè un bambino che ha assistito ad episodi così efferati, li vivrà come se lui stesso avesse  subito violenza.

Ed in realtà è così…gli effetti della violenza si sono scatenati pure su di lui.

Ecco perché i bambini, testimoni oculari di violenze familiari debbono essere considerati alla stessa stregua delle vittime.

Perché vittime lo sono di certo. E le loro ferite non si rimargineranno i fretta.

E spesso, poiché il diritto non li contempla come tali, cioè come vittime, capita di ritrovarsi di fronte a dei paradossi giuridici.

Prendiamo ad esempio il caso di un padre che, indagato per aver commesso violenze nei confronti della moglie davanti ai figli, si veda sospese le visite ai figli dal Tribunale dei Minori.

Nel contempo, però, tale modello di padre, si ritrova ad avere l’affido congiunto dal Tribunale Civile, per cui mette in scena una commedia dell’assurdo inimmaginabile: da una parte il padre non può neanche vedere i figli (e mi pare più che logico e giusto), dall’altra, lo stesso padre, si vede confermati tutti i diritti.

Peccato che in questa commedia i personaggi siano reali ed i danni irrimediabili ed abnormi….

Paradossale.

Eppure capita spesso, spessissimo.

I tribunali non comunicano, sono lì a dirimere casi di coppie scoppiate e loro stessi, i tribunali, si comportano peggio di una  coppia che divorzia.

I tribunali non si parlano, le carte che nessuno mai si prenderà la briga di leggere cresceranno e le povere vittime ne faranno le spese.

Ecco perché l’Associazione  “Differenza Donna”, che si occupa delle donne che hanno subito maltrattamenti e che ha la sua sede principale a Roma ha promosso un Protocollo di interazione tra le istituzioni ed i centri antiviolenza.

L’associazione ha presentato i dati emersi dal monitoraggio, fatto dagli stessi centri, al Consiglio Superiore della Magistratura.

Si è aperto quindi un tavolo di lavoro e, sulla base dei dati emersi,  si è giunti alla firma del Protocollo.

Lo hanno siglato l’associazione Differenza Donna, i Tribunali ordinario e dei minori, le corrispondenti procure, la questura, il comando provinciale dei carabinieri e gli ospedali Umberto I, policlinico Tor Vergata, San Gallicano e Bambin Gesù, che si sono impegnati a creare una rete di mutua informazione sui maltrattamenti di donne e minori.

Lo scopo è quello di fornire ai tribunali indicazioni non solo sui casi di violenza, ma anche sui casi di testimonianza di maltrattamenti, in modo tale da poter prendere tempestivi e adeguati provvedimenti di tutela.

L‘associazione ha anche creato il codice rosa negli ospedali aderenti al Protocollo, per essere in grado di garantire un adeguato soccorso alle donne vittime di violenza 24 ore su 24.

L’avvocato Teresa Manente , capo dell’ufficio legale Differenza Donna, ha sottolineato  che i bambini che assistono alle violenze subiscono danni psicofisici gravissimi. Per tal motivo meritano la stessa tutela dei bambini maltrattati.

Tale affermazione a mio parere è importantissima e proprio su questa su questa base c’è stata la richiesta di tutela per i bambini testimoni oculari di maltrattamenti familiari.

Differenza Donna ha messo in luce dei dati impressionanti, frutto di seria indagine: analizzando un campione di 78 piccoli testimoni di violenze familiari si è scoperto che, su 28 maschi tra i 5 e i 13 anni, il 42% dà prova di comportamenti aggressivi; il 53% di iperattività.

Nel 25% dei casi i bambini presentano grosse problematiche  a scuola, 65 volte su cento sono in conflitto con la madre.

La loro capacità relazionale è alterata, mentre la possibilità di scivolare nella violenza appare di estrema facilità.

Disturbi del sonno, del linguaggio e della salute sono i modi in cui si manifesta il disagio.

Per le bambine (22) sono in agguato la depressione (30%) e la tendenza a isolarsi (30%).

I loro sonni sono tormentati dagli incubi e si ammalano più facilmente.

I bimbi più piccoli, da zero a quattro anni, hanno reazioni anche più evidenti. Su 14 maschietti, il 57% dimostra aggressività, il 71% distrugge  i giocattoli, il 78,5% è iperattivo, oltre il 70% non ha un rapporto sereno con la mamma.

Le bambine (14) presentano sintomi depressivi  nel 28% dei casi.

Il Presidente del Tribunale dei Minori di Roma, Melita Cavallo, ha spesso affermato che i fatti di violenza familiare sono in crescita e le cause di tale fenomeno sono varie.

Per questo è necessario accellerare i tempi delle cause di separazione e divorzio. Tribunale ordinario e dei minori, devono fissare «con urgenza e con termini abbreviati» le udienze relative ai ricorsi che contengono notizie  di atti di  violenze e e di persecuzione nei confronti delle madri e dei figli.

Secondo quanto accordato col Protocollo, si controllerà l’esistenza di altri procedimenti pendenti e di provvedimenti adottati da diverse autorità giudiziarie, per  evitare che un marito risulti violento per un magistrato ed illibato e puro per un altro.

Una dicotomia che non è ammissibile, frutto di cecità, superficialità e poca conoscenza dei fatti.

Insomma questo progetto pilota, valido per la città di Roma è sicuramente stato un enorme passo avanti per la tutela dei minori.

Ora io mi domando….a distanza di dieci mesi…il Protocollo ha prodotto effetti, è stato il motore di un cambiamento o è rimasto lettera morta?

Perchè spesso i protocolli fniscono tra la carta straccia nel dimenticatoio e non vengono applicati.

Finite le buone intenzioni nessuno se ne ricorda più.

Gradirei tanto saperlo, credo che anche voi abbiate la mia curiosità.

Spero presto di avere una risposta…

E di sicuro ve la farò conoscere….

FLO



Stamattina è sbocciato il sole, si è steso adagio e pesante sulla città e ci ha lasciato senza fiato.
ieri era inverno, oggi è estate piena. Ieri il golfino di lana, oggi a malapena una maglietta scollata.
-Che caldo!- sbuffo, poi mi ricordo che solo ieri dicevo: – uffa fa freddo.-

Era ormai tardi per andare verso il mare, schiacciata in quelle interminabili file di clacson, di asfalto e tensione.
Così ho deciso di recarmi in libreria. Ad accompagnarmi, una coppia di amici e la loro meravigliosa nipotina.

Che meraviglia certe librerie, ci starei giorni interi a sfogliare i libri, guardare le illustrazioni sempre indecisa su cosa comprare e sempre più decisa a comprare tutto. Ci sono dei meravigliosi salottini, dove puoi sederti, leggere e guardare la gente che viene e che va.
Stamattina cercavo un unico libro, con rammarico non l’ho trovato, così ho pensato di raggiungere la mia amica nel piccolo anfiteatro che la libreria dedica ai bambini.

Ci sono i genitori seduti sui piccoli spalti colorati di cuscini, un grande schermo con le immagini mute di un cartone animato e, nella piccola arena, tanti bimbetti con le gambette scoperte che aprono libri, cercano, cercano, sfogliano, chiudono, riaprono, con gli occhi sbarrati dalla gioia, i sorrisi intensi e la mente in attività.

Mi siedo vicino alla mia amica, con in mano un paio di libri d’arte che voglio sfogliare.
Ma lo spettacolo dei bimbi è troppo bello da guardare.

C’è n’è uno che ha scelto un libro sul corpo umano, va a sedersi vicino al padre, hanno entrambi gli occhiali, sono magri e molto somiglianti. Il papà inizia a spiegare a quel bimbetto di sette anni o poco più, la circolazione venosa e quella arteriosa, gli mostra le immagini, segue col dito il percorso indicato sul libro. Io allungo le orecchie e li osservo: un pò di ripasso alla mia età non guasta. Mamma mia! Mi colpisce il fatto che il bambino ascolti interessato, un giorno diventerà sicuramente un dottore come il padre…perché quell’uomo è di certo un medico…lo osservo meglio… si credo sia un medico…

Ci sono tanti genitori accoccolati vicino ai loro cuccioli e leggono loro le storie dei libri che sono stati scelti.

E c’è Sara, la nipotina della mia amica, che gira, gira, cerca, cerca, non è mai stanca di curiosare.
Mi incanto a guardarla, è troppo bella, con quei suoi grandi occhi oceanici, quel volto che sembra rubato ad un angelo.

-Nonna, nonna, guarda…-
E’ talmente emozionata dal gran ben di Dio che le sta di fronte, che alza il tono della voce per farsi sentire e non smette mai di parlare.
Tutti si voltano a guardare la nonna e sono stupiti.

-Signora, mi scusi, non è mica lei la nonna… forse ho capito male…- chiede una donna che sta seduta di fianco alla mia amica.
Io rido, sono ormai abituata a questa scena giornaliera.

-Sì, lei è la mia nonna e quello laggiù è mio nonno. Mamma e papà sono in cielo….mia mamma mi ha avuta giovane….-risponde prontamente Sara.
Questa bimba continua a raccontare la sua storia, senza tralasciare nulla. Quando vede la signora frastornata e stupita alquanto, Sara mi manda un segnale di sbuffo che io comprendo velocemente, e torna a giocare.

La vedo riandare in esplorazione e cerco di non notare una lacrima appostata all’angolo degli occhi della mia amica.
Sara è una bimba che ha tanto, ma che ha anche tanto sofferto.

Come è diversa dagli altri bambini lì intorno, molto carini, ma un poco viziati, abituarti a sentirsi dire sempre sì, che montano un piccolo ricatto, un pianto a comando, uno sguardo infuriato, se i genitori non corrispondono in tutto alle loro richieste.
Sara no, sembra una donnina, piccolo batuffolo di sette anni.

Sara non pretende nulla, non urla, non piange, non minaccia, se le piace qualcosa chiede se può averlo e, se non è possibile, ubbidisce.
Sara è una bambina incredibile: buona, dolce, affettuosa. A volte la sofferenza ed il dolore rendono certe persone speciali.

E Sara è speciale.

-Sara- le dico- vieni qui. Allora, oltre al libro che ti hanno promesso i nonni, te ne regalo uno anch’io, mi raccomando, bello grosso.-

-Oh, zia Flo…- mi bacia con un calore che lascia senza fiato ed in quel momento le comprerei la luna, se me lo chiedesse. Neanche se mi regalassero un diamante avrei quella espressione di gioia che ha lei!

La guardo, la mia amica cerca la mia mano, e tutte e due pensiamo alla mamma della bimba, è come se la vedessimo vicino alla sua Sara. Noi siamo le sue braccia, il suo sorriso, noi siamo l’amore che lei vorrebbe dare alla sua figlia.

Si, la mamma è l’angelo custode di Sara. Ne siamo certe.

Io e la mia amica ci capiamo al volo: abbiamo pensato la stessa cosa.

Dopo spasmodica ricerca, Sara torna da me tutta raggiante:-Zia Flo, ho trovato…ecco guarda…-
Mi mette in grembo un enorme libro con l’immagine di Cenerentola. Lo apro…

-Ma è un quaderno…cerca un libro piuttosto.-
-Sì, zia Flo è un quaderno. Ho deciso. Ti ricordi tutte le favole che inventi per me, da tanto tempo?-
Annuisco.

-Ho deciso che le voglio scrivere per non dimenticarle più.-

Sono commossa. Per darle un poco di allegria, le racconto tante, ma tante storie, tutte carine, con il lieto fine, le racconto mimando, facendo le boccacce, gesticolando…e lei ride ride, sogna, spera…

Voglio insegnarle che la vita è meravigliosa, voglio che lei possa sognare e desiderare cose belle.
E la mia amica è felice quando racconto le favole alla nipote, mentre lei è intenta ad affaccendarsi per casa. Anzi, credo che anche lei ami le mie favole, perché l’ho vista spesso sorridere di nascosto.

Così siamo uscite dalla libreria con un bel libro e un bel quaderno.

Il pomeriggio Sara ha voluto scrivere la prima favola, una di quelle che le era piaciuta di più:

“C’era una volta una bimba bellissima che tutti chiamavano Cioccolatino, perché le piacevano da morire i cioccolatini e ne mangiava tutto il giorno, a colazione, a pranzo, a merenda ed a cena. Non voleva sentir ragioni. I poveri genitori non sapevano più come comportarsi perchè Cioccolatino era ferma ed ostinata nel suo proposito di mangiare solo cioccolatini.
Un giorno Cioccolatino, dopo essersi svegliata, entrò nel bagno, si guardò allo specchio e…lanciò un urlo:- AHHH, mamma, papà. Aiuto aiuto, che mi è successo?-
I poveri genitori accorsero spaventati e trovarono che la loro bimba era diventata proprio un cioccolatino, tutta marroncina, con tante bolle, grossa grossa, con pure i denti marroncini: sembrava un bacio perugina!
La portarono prontamente dal medico il quale chiese:-Cioccolatino, che hai mangiato ieri a colazione?-
– Latte al cioccolato, naturalmente.- Rispose.
-E a merenda?-
-Pane e cioccolato, naturalmente.-
-E a pranzo?-
-Pasta al cioccolato, naturalmente.-
-E a cena?-
-Polpettine al cioccolato, insalata al cioccolato e, per finire, poiché avevo un leggero languorino, tre fantastici cioccolatini, naturalmente.-
-Naturalmente.- Fece eco il dottore.
-Bene, anzi male, tu sei malata di cioccolatite acuta e potresti trasformarti in un enorme budino nero se continuerai a mangiare cioccolatini.
La povera bimba si spaventò.
-Dottore, dottore, la prego mi salvi, farò tutto quello che lei dirà.-
-Dunque, da domani, mangerai le cose che mangiano tutti i bambini, non farai più capricci riguardo alla cioccolata. Ti consento di mangiare, di sera, dopo le preghierine e prima di lavarti i denti, un bel cioccolatino. Ma solo uno, uno al giorno. Un cioccolatino al giorno leva il medico di torno. Va bene? Siamo intesi?-
-Si dottore, uno al giorno.-
Cioccolatino ubbidì al dottore e da quel giorno mangiò un solo cioccolatino, la sera, dopo le preghiere e prima di lavarsi i denti.
Nel giro di due mesi, Cioccolatino tornò ad essere una bellissima bambina dalle guance rosee e dal sorriso smagliante. Era guarita.
Non la chiamarono più Cioccolatino, ma dolcetto, perché era dolce, dolce e tutti l’amavano.”

Fine della favola e Sara tutta orgogliosa gira per casa con la sua prima favola.

-Zia Flo. Martedì vengono due mie amichette a casa. Perché non fai ascoltare anche a loro una favola?- mi chiede la piccola.
– Martedì, va bene, mi libererò, tu prepara le patatine e l’aranciata.-
Ormai sono incastrata: martedì un’altra bellissima favola per Sara e le sue compagne. Devo rinunciare ad un impegno già preso. Che importa? Per Sara questo ed altro.

La sera, prima di addormentarmi, ho aperto un libro che giace da qualche mese sul mio comodino:” L’eleganza del riccio”, un libro molto apprezzato dalla critica. Una mia carissima amica me lo ha regalato dicendo: -Flo è il libro più bello che abbia mai letto e l’ho scelto perché sono certa che ti piacerà tantissimo.-

Siccome è un’amica di vecchia data e conosce i miei gusti, intrapresi la lettura con la speranza di un’emozione. Che delusione, non riuscivo ad avanzare, il racconto non mi piaceva. Alla fine andai a verificare all’ultima pagina come finiva, perché sono troppo curiosa, e lo abbandonai, un pò arrabbiata con la mia amica che non aveva saputo scegliere bene e che forse non mi conosceva poi così bene.

Ho provato a rileggere qua e là, inutile, non mi attira, è troppo pretestuoso.
Lo richiudo e decido di pensare alla favola che racconterò martedì a Sara e alle sue amichette.

-Nonnina, com’era quella favola che mi raccontavi sempre quando ero piccola… non la ricordo, mi piacerebbe raccontarla a Sara…-
…Buonanotte…sognerò una favola.

Flo il direttore
(Fermiamoci a raccontare una favola ai nostri bambini).

violenza sulle donne
Non vorrei rigirare il dito nella ferita, ma è necessario che le donne che hanno subito un percorso fatto di violenza psicologica e fisica, sappiano che, per uscire completamente dallo stato di sottomissione permanente, vissuto come atteggiamento nei confronti di un uomo padrone, ma anche nei confronti della vita stessa, bisogna imparare a comprendere quale molla le abbia spinte ad accettare una situazione che, guardata dall’esterno, risulta improponibile.

Ancora oggi molte donne subiscono in silenzio, al chiuso delle loro case, insieme ai loro figli e chiedono il silenzio.

Capita spesso, aprendo i quotidiani, di scoprire che un uomo ha ucciso moglie e a volte anche i figli. I commenti di molti vicini sono:” Era così un brav’uomo!
Lo sentiamo spesso, come se tutti gli assassini fossero improvvisamente presi da raptus omicidi nei confronti delle loro compagne, così, per un immanente impazzimento.
Non nego che talvolta la situazione sia veramente tale, ma non posso neanche nascondere che purtroppo molto spesso le relazioni familiari sono malate alla radice, mancando i principi base del reciproco aiuto e del reciproco amore e sostegno.

Quando accadono queste atrocità, in genere, le vittime, madre ed eventualmente figli, hanno tenuto nascosto il dramma familiare che si andava tessendo. Nessun aiuto esterno, nessun appoggio. Le tragedie accadono e non sono di certo un fulmine a ciel sereno per chi le vive.

Grazie a Dio, alcune donne e oggi sempre più (questo è positivo, perché si rompe il muro di omertà), cominciano a denunciare i loro aggressori, cominciano a metterli con le spalle al muro, superando la vergogna che deriva dal fatto che tutti sappiano del proprio fallimento familiare, imparando anche ad accettare che il mondo mostruoso creato intorno e al quale ci si era abituati, è crollato.

Ormai trovo insopportabili i commenti di chi, alla fine di una storia dolorosa di questo genere, si ostina immancabilmente, neanche fosse un proverbio, a dire: “A sbagliare si è sempre in due“.

Desidero sfatare la veridicità di questa frase fatta. Quando un uomo usa la violenza, psicologica e fisica, è sempre e solo lui a sbagliare. Sempre e solo lui, che ha distrutto non solo sogni e speranze, ma la vita stessa delle persone che l’avevano scelto per stargli accanto.

Non è vero che il fallimento di una relazione burrascosa sia da imputare anche alla donna, che però molto spesso continua ad incolparsene: “Se fossi stata più sottomessa, se fossi stata più buona, se mi fossi stata zitta, se non mi fossi intromessa, se non avessi bruciato la cena, se avessi finto un pò di più a letto…..”

Se, Se, Se….

I rimorsi di una donna distrutta da un uomo violento spesso, sono fatti di tanti se.
Qui, è il caso di dirlo, non esistono né se, né ma.

Quando un uomo usa la violenza, sceglie il linguaggio aggressivo del corpo e vuol dire che non sa utilizzare altri tipi di linguaggio, che conosce solo quello, quando si trova in una situazione che non gli piace o in cui è messo alle strette.

Sono tanti i casi in cui le donne raccontano di essere state picchiate selvaggiamente, con calci, pugni, capelli tirati con violenza, in un corpo a corpo in cui loro cercavano di difendersi, di chiudersi a riccio per parare meglio i colpi. Ebbene dopo che magari, per un nonnulla, l’ometto è scattato in questa maniera, condendo il tutto con improperi, ebbene dopo lo tsunami, sempre lo stesso ometto, magari la sera stessa obbliga la compagna a rendersi presentabile per la cena con gli amici.

Chi non conosce queste dinamiche può rimanere impressionato dal cambio repentino di umore: a casa mostro- padrone, fuori casa amabile.

Cosa fanno in genere le donne? Quasi grate di avere qualche ora di tregua, morte interiormente, ubbidiscono, si vestono ed escono con il loro ometto che darà grande prova della sua simpatia. Pensate, in un moto tardivo di affetto arriverà pure a fare una carezza alla sua cara compagna.

Come attraverserà il volto della donna quella carezza? Come una spada affilata. Quella carezza diviene la tregua che la donna accetta, proponendosi di non più far arrabbiare il suo ometto (mi scuserete, ma la parola uomo non mi esce dalla tastiera). Magari gli amici penseranno: che bella coppia e forse li invidieranno anche un pò. Perché alcuni ometti riescono a dissociarsi in una maniera tale da sembrare due persone diverse.

Stronza, puttana come tua madre, mentecatta di merda e tante altri fonemi sullo stesso tema vengono ogni giorno ad aggredire la povera donna che, alla fine, penserà di essere stronza, puttana e mentecatta di merda.

Ho voluto scriverle queste parole, sentire il puzzo sulla carta stampata per provare a capire cosa possa passare una donna che si trovi sommersa da questi improperi. Deve essere devastante, deve essere terribile. Vorrei che mai, nessuna donna, debba sentirsi chiamare così.  Nessuna donna lo merita, nessuna persona.

Quante donne alla fine di una relazione di questo tipo mi ha detto: “La mia vita è finita!“.
Vogliono dirmi che il loro mondo è distrutto, vogliono dirmi che il loro sogno di una famiglia è crollato, che loro stesse non sono altro che un fallimento.

Ed io rispondo con forza, quasi lo urlo: ” NO, LA TUA VITA NON E’ FINITA, LA TUA VITA RICOMINCIA QUI, ADESSO.”

Si, la vita ricomincia, nuova, tutta da scrivere, ma bisogna ritrovare il desiderio della vita, distrutto dalle volgarità e dalle botte. E non dimentichiamo le violenze sessuali.

Se leggeste qualche incidente probatorio sulle violenze sessuali continuate, inorridireste, voi padri preghereste Dio che non permetta mai su vostre figlie e sorelle un orrore del genere.

Qualche volta dimentico di ridere. Quando ascolto questi racconti, muoio dentro, una voragine minacciosa mi si spalanca davanti, soffro con le donne come se queste violenze fossero sulla mia persona. So che quello che raccontano è tutto vero e non sopporto che qualcuno metta in dubbio ciò che queste poverette hanno vissuto sulla loro pelle.

In questi casi penso spesso a Primo Levi, che dopo i sei milioni di Ebrei morti nei campi di concentramento, dopo quello che aveva visto, vissuto, sofferto e che ha lasciato in eredità alla memoria in “Se questo è un uomo“, si suicidò perché non riuscì a sopportare che in Italia, malintenzionati cominciassero a diffondere notizie sul fatto che le sofferenze ed il numero dei morti ebrei fosse falso. Dopo aver visto morire i suoi, come poteva accettare un simile affronto?

Ecco, quando le donne raccontano le loro tragedie e si sentono replicare che la maggior parte delle cose sono false, vengono ammazzate nuovamente. Non basta, devono pure ascoltare che se loro fossero state più amabili, certe cose non sarebbero successe.  Sono sicura che si sentono come primo Levi.  Io, a nome loro, mi sento così.

Capita di incontrare giudici, uomini e donne indifferentemente, pieni di acume ed attenti ai racconti, che si convincono della credibilità di quanto affermato dalle vittime. Ci sono ometti che si difendo affermando che cadono dalle nuvole riguardo ai fatti di violenza raccontate dalle loro stesse compagne.

Signor giudice, io l’ho sempre trattata con i guanti!

Mettono in scena una commedia dell’assurdo che pure chi assiste si sente assurdo. Continuano asserendo che, signor giudice, il problema è che non mi vuol far vedere i figli, per questo sta facendo tutta questa sceneggiata.

Capita allora che gli sguardi si posano tutti, sulla povera vittima, e tutti pensano per un istante e forse più, che allora è una falsa, una ingannatrice. Povero uomo, che megera ha incontrato e guardate come soffre per i figli che non può vedere!

E mica è finita lì. Non potete immaginare cosa inventano gli avvocati difensori, che linguaggio offensivo usano durante la difesa!
Che volete, è il loro lavoro (chiedo scusa ai tanti avvocati che non fanno queste cose, chi mi conosce sa che li stimo).

Capita però che quei giudici di cui parlavo prima, dotati di molta esperienza, capiscano da che parte stia la verità. E capita, grazie a Dio, che la verità salti fuori e che il colpevole si becchi una condanna. Condanna che comunque il colpevole non farà mai.

Ma tale condanna, scritta in una sentenza, sarà molto importante pr la donna, che vedrà riconosciuto il fatto che è lei la vittima, che lei non ha fatto nulla per scatenare le violenze, che l’uomo è un violento e va punito.

Perchè ha ucciso una donna nel più profondo dell’anima.

FLO

S

Non vorrei rigirare il dito nella ferita, ma è necessario che le donne che hanno subito un percorso fatto di violenza psicologica e fisica, sappiano che, per uscire completamente dallo stato di sottomissione permanente, vissuto come atteggiamento nei confronti di un uomo padrone, ma anche nei confronti della vita stessa, bisogna imparare a comprendere quale molla le abbia spinte ad accettare una situazione che, guardata dall’esterno, risulta improponibile.

Ancora oggi molte donne subiscono in silenzio, al chiuso delle loro case, insieme ai loro figli e chiedono il silenzio.

Capita spesso, aprendo i quotidiani, di scoprire che un uomo ha ucciso moglie e a volte anche i figli. I commenti di molti vicini sono:” Era così un brav’uomo!
Lo sentiamo spesso, come se tutti gli assassini fossero improvvisamente presi da raptus omicidi nei confronti delle loro compagne, così, per un immanente impazzimento.
Non nego che talvolta la situazione sia veramente tale, ma non posso neanche nascondere che purtroppo molto spesso le relazioni familiari sono malate alla radice, mancando i principi base del reciproco aiuto e del reciproco amore e sostegno.

Quando accadono queste atrocità, in genere, le vittime, madre ed eventualmente figli, hanno tenuto nascosto il dramma familiare che si andava tessendo. Nessun aiuto esterno, nessun appoggio. Le tragedie accadono e non sono di certo un fulmine a ciel sereno per chi le vive.

Grazie a Dio, alcune donne e oggi sempre più (questo è positivo, perché si rompe il muro di omertà), cominciano a denunciare i loro aggressori, cominciano a metterli con le spalle al muro, superando la vergogna che deriva dal fatto che tutti sappiano del proprio fallimento familiare, imparando anche ad accettare che il mondo mostruoso creato intorno e al quale ci si era abituati, è crollato.

Ormai trovo insopportabili i commenti di chi, alla fine di una storia dolorosa di questo genere, si ostina immancabilmente, neanche fosse un proverbio, a dire: “A sbagliare si è sempre in due“.

Desidero sfatare la veridicità di questa frase fatta. Quando un uomo usa la violenza, psicologica e fisica, è sempre e solo lui a sbagliare. Sempre e solo lui, che ha distrutto non solo sogni e speranze, ma la vita stessa delle persone che l’avevano scelto per stargli accanto.

Non è vero che il fallimento di una relazione burrascosa sia da imputare anche alla donna, che però molto spesso continua ad incolparsene: “Se fossi stata più sottomessa, se fossi stata più buona, se mi fossi stata zitta, se non mi fossi intromessa, se non avessi bruciato la cena, se avessi finto un pò di più a letto…..”

Se, Se, Se….

I rimorsi di una donna distrutta da un uomo violento spesso, sono fatti di tanti se.
Qui, è il caso di dirlo, non esistono né se, né ma.

Quando un uomo usa la violenza, sceglie il linguaggio aggressivo del corpo e vuol dire che non sa utilizzare altri tipi di linguaggio, che conosce solo quello, quando si trova in una situazione che non gli piace o in cui è messo alle strette.

Sono tanti i casi in cui le donne raccontano di essere state picchiate selvaggiamente, con calci, pugni, capelli tirati con violenza, in un corpo a corpo in cui loro cercavano di difendersi, di chiudersi a riccio per parare meglio i colpi. Ebbene dopo che magari, per un nonnulla, l’ometto è scattato in questa maniera, condendo il tutto con improperi, ebbene dopo lo tsunami, sempre lo stesso ometto, magari la sera stessa obbliga la compagna a rendersi presentabile per la cena con gli amici.

Chi non conosce queste dinamiche può rimanere impressionato dal cambio repentino di umore: a casa mostro- padrone, fuori casa amabile.

Cosa fanno in genere le donne? Quasi grate di avere qualche ora di tregua, morte interiormente, ubbidiscono, si vestono ed escono con il loro ometto che darà grande prova della sua simpatia. Pensate, in un moto tardivo di affetto arriverà pure a fare una carezza alla sua cara compagna.

Come attraverserà il volto della donna quella carezza? Come una spada affilata. Quella carezza diviene la tregua che la donna accetta, proponendosi di non più far arrabbiare il suo ometto (mi scuserete, ma la parola uomo non mi esce dalla tastiera). Magari gli amici penseranno: che bella coppia e forse li invidieranno anche un pò. Perché alcuni ometti riescono a dissociarsi in una maniera tale da sembrare due persone diverse.

Stronza, puttana come tua madre, mentecatta di merda e tante altri fonemi sullo stesso tema vengono ogni giorno ad aggredire la povera donna che, alla fine, penserà di essere stronza, puttana e mentecatta di merda.

Ho voluto scriverle queste parole, sentire il puzzo sulla carta stampata per provare a capire cosa possa passare una donna che si trovi sommersa da questi improperi. Deve essere devastante, deve essere terribile. Vorrei che mai, nessuna donna, debba sentirsi chiamare così.  Nessuna donna lo merita, nessuna persona.

Quante donne alla fine di una relazione di questo tipo mi ha detto: “La mia vita è finita!“.
Vogliono dirmi che il loro mondo è distrutto, vogliono dirmi che il loro sogno di una famiglia è crollato, che loro stesse non sono altro che un fallimento.

Ed io rispondo con forza, quasi lo urlo: ” NO, LA TUA VITA NON E’ FINITA, LA TUA VITA RICOMINCIA QUI, ADESSO.”

Si, la vita ricomincia, nuova, tutta da scrivere, ma bisogna ritrovare il desiderio della vita, distrutto dalle volgarità e dalle botte. E non dimentichiamo le violenze sessuali.

Se leggeste qualche incidente probatorio sulle violenze sessuali continuate, inorridireste, voi padri preghereste Dio che non permetta mai su vostre figlie e sorelle un orrore del genere.

Qualche volta dimentico di ridere. Quando ascolto questi racconti, muoio dentro, una voragine minacciosa mi si spalanca davanti, soffro con le donne come se queste violenze fossero sulla mia persona. So che quello che raccontano è tutto vero e non sopporto che qualcuno metta in dubbio ciò che queste poverette hanno vissuto sulla loro pelle.

In questi casi penso spesso a Primo Levi, che dopo i sei milioni di Ebrei morti nei campi di concentramento, dopo quello che aveva visto, vissuto, sofferto e che ha lasciato in eredità alla memoria in “Se questo è un uomo“, si suicidò perché non riuscì a sopportare che in Italia, malintenzionati cominciassero a diffondere notizie sul fatto che le sofferenze ed il numero dei morti ebrei fosse falso. Dopo aver visto morire i suoi, come poteva accettare un simile affronto?

Ecco, quando le donne raccontano le loro tragedie e si sentono replicare che la maggior parte delle cose sono false, vengono ammazzate nuovamente. Non basta, devono pure ascoltare che se loro fossero state più amabili, certe cose non sarebbero successe.  Sono sicura che si sentono come primo Levi.  Io, a nome loro, mi sento così.

Capita di incontrare giudici, uomini e donne indifferentemente, pieni di acume ed attenti ai racconti, che si convincono della credibilità di quanto affermato dalle vittime. Ci sono ometti che si difendo affermando che cadono dalle nuvole riguardo ai fatti di violenza raccontate dalle loro stesse compagne.

Signor giudice, io l’ho sempre trattata con i guanti!

Mettono in scena una commedia dell’assurdo che pure chi assiste si sente assurdo. Continuano asserendo che, signor giudice, il problema è che non mi vuol far vedere i figli, per questo sta facendo tutta questa sceneggiata.

Capita allora che gli sguardi si posano tutti, sulla povera vittima, e tutti pensano per un istante e forse più, che allora è una falsa, una ingannatrice. Povero uomo, che megera ha incontrato e guardate come soffre per i figli che non può vedere!

E mica è finita lì. Non potete immaginare cosa inventano gli avvocati difensori, che linguaggio offensivo usano durante la difesa!
Che volete, è il loro lavoro (chiedo scusa ai tanti avvocati che non fanno queste cose, chi mi conosce sa che li stimo).

Capita però che quei giudici di cui parlavo prima, dotati di molta esperienza, capiscano da che parte stia la verità. E capita, grazie a Dio, che la verità salti fuori e che il colpevole si becchi una condanna. Condanna che comunque il colpevole non farà mai.

Ma tale condanna, scritta in una sentenza, sarà molto importante pr la donna, che vedrà riconosciuto il fatto che è lei la vittima, che lei non ha fatto nulla per scatenare le violenze, che l’uomo è un violento e va punito.

Perchè ha ucciso una donna nel più profondo dell’anima.

FLO


Perché ambedue sono stati fatti ad immagine e somiglianza dello Stesso Dio Creatore.

Non esiste alcuna differenza comportamentistica costituzionale tra uomo e donna. Ambedue sono fatti ad immagine e somiglianza dell’Unico Dio Onnipotente Creatore (dal Genesi) che esprimono attraverso la individuale specifica costituzione fisica.

È su questo principio che si fonda la parità tra donna e uomo; anzi il concetto stesso di parità è mortificante sia per la donna, sia per l’uomo.

Infatti tra esseri, tra componenti o realtà essenziali: non si instaura mai un rapporto di forza, comunemente affermato da” primo” e “secondo”, e nemmeno se affermato da “uguale”, perché anche il concetto di uguaglianza mortifica l’individualità, la specificità e la stessa essenzialità.

È anche scorretta e sbagliata l’affermazione che lo spirito è più importante dell’anima,e viceversa; oppure squalificare il materialismo rapportato con lo spiritualismo, oppure squalificare –l`empirismo rapportato con l’idealismo – o viceversa. Perché si tratta sempre di elementi costituzionali del mondo in cui si vive. Altrettanto è scorretta l’affermazione che il marito è più importante, o ha più autorevolezza della moglie, e viceversa. Fortunatamente queste aberrazioni sono state cancellate dai codici civili e religiosi dove erano affermate.

È anche che scorretto affermare che ambedue hanno uguale importanza. Fondamentalmente l’uomo(marito) è uomo e si comporta attraverso la propria individualità maschile (possibilmente onesta e corretta), come la donna(moglie) è donna e si comporta attraverso la propria individualità femminile (possibilmente onesta e corretta.

Pertanto uomo e donna hanno le stesse doti e gli stessi difetti e nell’ambito della vita di coppia la donna può adottare comportamenti difensivi di se in occasione di eventuali comportamenti aggressivi o impositivi dell’uomo, che spesse volte l’uomo mette in atto con comportamenti autoritari. Infatti tra adulti la verità si propone, non si impone.

I rapporti di forza tra componenti essenziali all’interno di una entità unitaria (marito e moglie costituiscono l’entità unitaria del matrimonio e l’entità unitaria della famiglia): negano o producono sempre delle ingiustizie comportamentali estreme, che distruggono l’entità stessa da loro costituita; infatti il matrimonio non è e non deve essere fatto di dipendenza o di sottomissione’ e nemmeno se fatto di uguaglianze, perché l’amore creativo avviene tra diversi e non tra uguali, come i due poli opposti (+ e -; positivo e negativo; l’unione che avviene attraverso la tensione; sarebbe assurdo affermare che il + è più importante del –, o viceversa; ecc); mentre: due poli uguali, nello stesso campo magnetico si respingono.

O almeno è importante anche difendere delle differenza all’interno dell’uguaglianza; cioè: fa delle cose insieme non significa fare tutto insieme; avere delle idee in comune non significa avere tutte le idee in comune.

Semmai nella vita di coppia i comportamenti reciproci sono purtroppo reattivi ai tipi di comportamenti adottati dall’uno e dall’altro; agire in senso reattivo è spesso un male, perchè favorisce la perdita dell’autocontrollo; infatti molte volte ci si pente di come si ha reagito; mentre sarebbe importante agire in senso selettivo, perché è riflessivo ed è esercizio di autocontrollo, attraverso il quale difficilmente si sbaglia o si prendono decisioni che poi si rivelano sbagliate.

Circa l’onnipotenza divina, attraverso la quale l’uomo e la donna sono fatti ad immagine e somiglianza con il proprio Dio Creatore, è confermata dal Cristo, quando dice:”voi vi meravigliate che io guarisco i malati con la parola! Ma quello che faccio io lo potete fare anche voi, se aveste fiducia in voi stessi; anzi potreste dire quella montagna: spostati! che si sposta”.

Purtroppo è difficile credere e avere fiducia in noi stessi, ma i pochi (normalmente proclamati santi), che hanno creduto in se stessi e che hanno creduto nella presenza di Dio in se, attraverso l’immagine e somiglianza di Lui: hanno fatto ciò che noi chiamiamo “miracoli”.

Comunque potenzialmente tutti siamo onnipotenti come Dio è Onnipotente, capaci di fare tanto bene e purtroppo anche capaci di fare tanto male.

Purtroppo l’amore coniugale è percepito come dovere e limitazione della propria libertà, e visione distorta e mortificante dovrebbe essere sostituita dalla visione di amore libero che lascia liberi, come Dio ha data la libertà all’uomo che ama, perché solo la libertà fa scoprire e scegliere la verità.

Con questa argomentazione e dimostrazione smentisco le alterazioni costituzionali che qualcuno pretende di affermare, senza alcuna dimostrazione.

Dott. G. Basso, psicologo


Come Tu Padre sei in Me ed Io sono in Te, affinchè il mondo creda che Tu mi hai mandato”. (dal Vangelo).

Ogni padre, contribuendo a fare figli ed accettando i figli nati attraverso il suo contributo fisico (fatto di spermatozoi), svolge il proprio compito offrendoli e mandandoli nel mondo affinché svolgano un messaggio di vita, di arricchimento di valori umani, di miglioramento e di continuatività esistenziale. Ecco perché padri non si nasce, ma si diventa.

Ruolo del padre è quello di mandare nel mondo un figlio che porti un messaggio alla vita, ripetendo il messaggio di salvezza del genere umano, che Dio-Padre ha affidato a Dio-Figlio, attraverso l’Incarnazione. I figli sono di tutti, sono della società, non sono solo dei genitori.

Il primo messaggio di vita è – o dovrebbe essere – “essere come chi ti ha mandato”, cioè: importante, bello, valido e sicuro di se, come il proprio padre.

Tutti, infatti, da piccoli abbiamo detto: ”quando sarò grande: sarò anch’io come mio padre”. Appena è nato un bambino anche la società chiede subito: “chi è suo padre?” Altrettanto le bambine stesse vedono soprattutto nel padre l’ideale della propria vitalità, della propria futura importanza e sicurezza.

Pertanto il padre è, o dovrebbe essere il primo modello di vita, di coscienza di se, e di sicurezza al quale ogni bimbo si ispira.
Purtroppo accade che il bimbo scopra troppo presto che il papà non è un modello da imitare, perché tratta male la sua mamma; allora riversa sulla madre tutto il suo amore, compensandola della mancanza dell’amore paterno, e dicendole: “quando sarò grande, io non ti tratterò come ti tratta il mio papà”.

In questo momento avviene una grave e traumatizzante scissione schizofrenica che interiorizzava il padre nel figlio e il figlio nel padre, tradendo l’evento affermato dal Vangelo: ”come Tu Padre sei in Me, ed Io sono in Te, affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”. Questa affermazione evangelica vuole sottolineare l’importanza che la società deve attribuire ad ogni evento natale.

Verso i figli i genitori hanno due ruoli specifici diversi: la madre appartiene al passato delle proprie creature, attraverso i comportamenti simbiotici ed assistenziali che va adempiendo; il padre appartiene al futuro attraverso la rappresentazione del modello delle le aspirazioni future del proprio modo d’essere.

Ciò conferma quanto sia fondamentale per i figli il rapporto tra papà e mamma.

Purtroppo ogni caso di separazione crea ed è, nei genitori e nei figli (grandi e piccoli), una cosciente esperienza di schizofrenia, cioè è una spaccatura della unità che si vive attraverso la essenziale interiorizzazione del figlio nel genitore e del genitore nel proprio figlio.

Anche i tribunali accreditano questo gesto malsano, e qualche volta lo aggravano negando i piccoli all’uno a all’altro dei genitori.

Dr. Giovanni Basso, psicologo


Tra tutti gli esseri viventi, il bimbo, ai nostri tempi, quando nasce, è il più disgraziato. Infatti, appena nato, viene subito allontanato dal corpo del genitore e isolato in un lettino (gabbia) tutto suo.

Com’è bella e commovente la scena delle tane: dove i cuccioli appena nati, sono tutti attaccati al corpo della madre! O le nidiate degli uccellini implumi: anche questi tutti accovacciati sotto le ali della madre.

Nelle nostre cliniche, dove nascono i bambini, accanto al letto della madre è collocato un lettino dove si ripone subito la creatura appena nata, costringendola a passare lunghe ore tutta sola, interrompendogli improvvisamente e violentemente il rapporto simbiotico con quel corpo nel quale è sempre vissuto e dal quale è appena uscito.

Tutti noi ci percepiamo – corpo e psiche – attraverso la realtà del mondo che ci circonda; soprattutto il neo-nato, non avendo ancora maturata una piena coscienza di se: sarebbe importante che, appena nato, continuasse a percepirsi con maggiore frequenza, attraverso il corpo della madre ed è importante che scopra anche il corpo del padre. Questo contatto alleggerirebbe e favorirebbe il superamento del trauma della nascita e del violento distacco. Questa esperienza dovrebbe protrarsi almeno nei primi tre mesi di vita; meglio se sei mesi; massimo quasi un anno.

Il contatto con il corpo dei genitori dà al bimbo la sensazione di sicurezza, facendogli percepire di essere accettato.
Infatti il neonato normalmente si difende da ogni oggetto, o da qualsiasi realtà oggettuale che si avvicini a lui, perché inizialmente tende a mantenersi sulle difensive, ritraendosi da ogni contattazione o avvicinamento.

La scusa che normalmente i genitori adottano, quando rifiutano di accettare che il proprio bambino dorma nel lettone tra loro, è che inavvertitamente potrebbero fargli del male. Ma perché gli altri animali non hanno questa preoccupazione? Eppure male non ne fanno ai propri cuccioli; infatti gli stati di inconsapevolezza (sonno) degli animali, e particolarmente dell’uomo, non compromettono il rispetto e l’integrità della propria vita e di quella altrui, specialmente se si tratta di proprie creature, volute e amate.

Pertanto inizialmente non sono sufficienti i rapporti con il corpo del genitore limitati solo alla suzione del latte al seno materno e alla mansione dei bisogni fisici.

Inoltre: la prima piacevole sensibilizzazione del proprio corpo è importante che avvenga attraverso il corpo dei genitori, dai quali si staccherà verso i tre anni, risolvendo definitivamente il rapporto simbiotico.

Questa speciale comunicazione fisica favorisce e stimola lo sviluppo tempestivo di tutte le energie vitali di cui il corpo deve essere dotato, conforme ai principi della bioenergetica e della pranoterapia.

Qualora non si rispettassero queste tappe comportamentali della crescita: il rapporto genitore-figlio diventerebbe rapporto possessivo, o precoce allontanamento che, in ogni caso, produce nel figlio stato di insicurezza, rendendolo successivamente incapace di fare le scelte più importanti della sua vita, o di prendere decisioni più valide per se, o di crearsi forti convinzioni personali, mortifica l’autostima, e lo costringe ad avere sempre bisogno di qualcuno che lo consigli o lo aiuti. La crescita vera e onesta dovrebbe condurre sempre il soggetto verso l’autosufficienza.

Su queste ragioni Freud afferma che i primi tre anni di vita pongono le premesse di tutta la vita futura.

Dott. G. Basso, psicologo



maggio: 2017
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Categorie

Archivi