Mamme Coraggio

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Giovedì 10 marzo, alle ore 16.00 un gruppo di mamme che hanno avuto le proprie figlie assassinate. saranno invitate in Senato, per presentare, durante una conferenza stampa, un DDl, in cui si chiederà la certezza della pena per coloro che saranno giudicati colpevoli di omicido. Queste mamme chiederanno che gli assassini facciano tutta la pena detentiva, senza usufruire di sconti e benefici e senza poter ottenere gli arresti domiciliari.

Chi ha tolto la vita deve avere una  condanna  adeguata e deve scontarla tutta.

I parenti delle vittime, che  sono condannati ad un dolore a vita, devono vedere che la giustizia compia il suo corso.

Tutti coloro che credono in questo e vogliono appoggiare queste mamme, sono invitate ad intervenire.

Lasciate le vostre comode poltrone….e venite a dare il vostro appoggio ed il vostro contributo se desiderate una giustizia giusta.

Ricordate, giovedì 10 marzo  dalle ore 16.00 alle 17.30

Flo

il giorno 8 ottobre, ho partecipato ad un convegno a Roma, nella bellissima cornice di Palazzo di Mattei di Paganica, a piazza della Enciclopedia Italiana, uno dei luoghi più suggestivi del quartiere ebraico di Roma.

Il convegno è stato organizzato dal Movimento per l’Infanzia e dall’Associazione 21 Luglio, i cui presidenti sono rispettivamente l’avv. Andrea Coffari e Carlo Stasolla, che mi pregio di conoscere e di cui ho potuto apprezzare l’impegno e la passione nel difendere strenuamente, mettendo in gioco la loro stessa vita, i bambini che hanno bisogno d’aiuto.

Il tema del convegno mi interessava fortemente:“QUANDO L’ASCOLTO E’ UN DIRITTO”.

Quando sono arrivata, la sala era già gremita e tutti i posti occupati. Un centinaio di persone, credo.

I relatori erano tutte persone di spessore, ed erano presenti anche autorità del mondo giudiziario, quali ad esempio la dott.ssa Montaldi Presidente del Tribunale d’Appello minorile , il PM della Procura di Roma, dott.ssa Montenapoleone (di cui si sentono grandi cose) e il dott. Francesco Alvaro, Garante per l’Infanzia Lazio.

Gli interventi sono stati tutti molto interessanti, a partire da quello di Carlo Stasolla, che ha introdotto il tema della serata, ricordando che troppo spesso si dimentica che uno dei diritti fondamentali del bambino è l’ascolto, ascolto che noi adulti abbiamo enormi difficoltà a riconoscere come basilare e a garantire in ogni ambito ed occasione.

Sulla carta il diritto all’ascolto del minore è ben radicato, con gli importanti riconoscimenti nella Convenzione per i diritti dell’Infanzia di New York del 1989 e nella Convenzione di Straburgo del 1996.

Nella realtà, in questo caso nella realtà italiana, tali Convenzioni internazionali non hanno trovato, né trovano terreno fertile e rimangono pura carta straccia, a causa di una scarsa cultura minorile in sede giudiziaria ed anche a causa della scarsità di figure professionali realmente preparate a tale compito. Di fatto, l’ascolto del bambino avviene in maniera facoltativa e spesso non se ne comprende la necessità.

Il minore viene considerato alla stessa stregua di un minorato, e quindi sono i grandi, quelli che pensano di avere tutte le capacità e competenze per arrogarsi tale diritto, a decidere.

Non è quindi necessario ascoltare il bambino…il grande sa cosa sia buono per lui.

In campo giudiziario, questo modo di procedere,conduce purtroppo a distruggere il minore, a togliergli il diritto fondamentale che ogni persona deve avere: difendersi e far sentire la propria voce, raccontare le proprie esigenze e necessità.

Proprio a supportare la necessità di tutelare l’infanzia attraverso lo strumento privilegiato dell’ascolto, Roberta Lerici, che si occupa del Movimento per l’Infanzia Lazio, ha letto una delle tante lettere a lei pervenute, di una madre disperata, perché i suoi due figli, allontanati da lei e portati in una casa famiglia perché è stata loro diagnosticata la PAS, nonostante le denunce nei confronti del padre abusante, sono ora costretti ad andare con lui i fine settimana con il bollo ed il beneplacito del Tribunale dei Minori.

Questo è grave, questo è assurdo, questo è aberrante.

Questo è solo uno dei tanti errori giudiziari provocati da una sindrome, la PAS, che non esiste, che è stata importata nei tribunali, senza alcuna garanzia di veridicità da parte della psichiatria internazionale, e che sta distruggendo l’infanzia di molti bambini.

I bambini in questione non sono stati ascoltati in maniera adeguata, non sono stati creduti e sono stati quindi rimessi nelle mani di colui che era accusato di essere un orco.

Mi domando, da persona che crede di usare un poco di sano buon senso…ma nel dubbio, non è il caso di agire con la massima prudenza e propendere per una tutela del bambino attraverso la negazione degli incontri col padre, presunto abusante?

Anche nel dubbio?

Io ritengo assolutamente sensato solo questo modo di procedere.

Sembra che non tutti siano d’accordo con me, a giudicare dalle numerose sentenze, in varie parti d’Italia che, in nome di un rapporto col padre che va sempre garantito, permettono gli incontri col padre stesso, anche quando i figli si rifiutano ed anche quando c’è il sospetto o più di un sospetto che il genitore sia abusante.

Il problema è che, anche quando i bambini vengono sentiti, in realtà non vengono ascoltati.

Deve essere assolutamente frustrante per un bambino non essere creduto ed essere invece considerato un minorato non in grado di distinguere la fantasia dalla realtà.

Anche Andrea Vitale, Psicologo, psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Psicologia del deficit parentale e Docente alla scuola di specializzazione in Psicologia clinica, ha fatto un ottimo intervento , partendo dagli studi della svizzera Alice Miller, soffermandosi sui traumi infantili, un tema di grande interesse ed un campo di studio ancora in fieri.

MI vorrei soffermare però sugli interventi del dott. Luigi Cancrini, Psichiatra psicoterapeuta, Direttore scientifico del centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e dell’avv. Andrea Coffari.

L’analisi dello psichiatra in questione è stata emozionante ed ha offerto spunti di riflessione proprio a partire dagli aspetti critici del problema, che è stato in grado di porre in evidenza con grande coraggio.

Egli afferma infatti che l’ascolto del minore che ha subito un trauma, richiede competenza a livello psicoterapeutico,richiede  una particolare sensibilità e predisposizione per l’ascolto letterale e per la comunicazione gestuale del bambino (il famoso linguaggio del corpo), richiede inoltre attenzione per l’emozione che suscita in chi l’ascolta.

Tutte queste capacità sono difficili , allo stato attuale da incontrare e riconoscere nelle figure professionali che si occupano dell’ascolto dei bambini nei tribunali.

Luigi Cancrini ha avuto il coraggio, per alcuni l’ardire, di confessare ad alta voce che il livello di preparazione di chi ascolta i bambini, il livello dei periti è assolutamente non accettabile in moltissimi casi.

Mentre la professionalità e l’esperienza dovrebbe essere massima proprio perché è in gioco la vita del bambino .

Non è infatti concepibile quanto accade nei nostri tribunali, non è ammissibile che vengano chiamati a periziare un minore giovani psicologi inesperti, senza alcun possesso del diploma in psicoterapia.

Non è concepibile, peraltro, che i periti lavorino in assoluta solitudine, senza il confronto di uno o più colleghi.

Non è concepibile che non vengano videoregistrati i colloqui con il minore.

E non finisce qui.

Lo psichiatra Cancrini affonda un altro coltello nella piaga della malagiustizia minorile, sollevando un  problema fortemente sentito: non è possibile, per un perito  serio, in pochissimi incontri, forse due, poter giungere a dare un giudizio  motivato ed attendibile sul minore, né in un senso, né in un altro.

L’ascolto del bambino richiede tempi che non sono quelli dei tribunali, richiede che avvengano presso centri di grande esperienza, per poter costruire una relazione di fiducia col bambino stesso.

Insomma, mancano norme chiare su come si conduce l’ascolto del bambino ed avvengono ingiustizie aberranti.

Bisogna avere il coraggio di USCIRE DAL SILENZIO, perché l’ascolto del minore è una problematica della società civile attuale.

Quando un bambino dà segnali di sofferenza, non dobbiamo tappargli la bocca e fingere di aver capito male.

Bisogna ascoltare, ascoltare veramente il bambino.

Vi assicuro che l’intervento di Luigi Cancrini è stato di alto livello, non perché abbia finalmente udito dalla viva voce di un esperto, quello che chi vive le problematiche minorili riconosce ogni giorno sul campo, ma perché mi è parso importante che ascoltassero queste parole veritiere e sentite, giudici, psicologi ed esperti presenti in sala in modo da  divenire veicolo presso i propri colleghi e  portatori di una nuova cultura: la cultura del bambino.

L’intervento dell’avv. Coffari non è stato meno incisivo e portatore di novità rispetto alle tematiche affrontate.

Devo dire che lo si è ascoltato con grande partecipazione e non era possibile non emozionarsi quando ha portato all’attenzione dei presenti, alcune  storie veri di bambini che vivono in case famiglia, a causa di sentenze in molti casi discutibili.

L’avvocato ha iniziato la sua discussione affermando che a monte della questione sul diritto all’ascolto c’è un sistema di approccio errato, che lui chiama ADULTOCENTRISMO.

Tale termine sta a significare che il punto di vista da cui si parte per la comprensione del vissuto del bambino, non è il bambino stesso, ma l’adulto.

La realtà cioè viene decodificata ed interpretata sempre a partire dalla visione  dell’adulto, partendo dai suoi valori di riferimento, dai suoi principi, dalle sue valutazioni, dai suoi modelli, dalle sue norme e dai suoi convincimenti preordinati.

L’adulto è al centro di tutto.

Mentre, quando si parla di infanzia, di diritto all’ascolto, il cuore dovrebbe essere il bambino stesso.

L’adulto dovrebbe quindi imparare a guardare al bambino partendo dal bambino, dal suo linguaggio, dai suoi gesti, dalle sue emozioni, dal suo vissuto….

Anche in ambito giuridico, pendono sul bambino delle sentenze dall’alto, come la spada di Damocle, senza che il bambino stesso abbia potuto avere garantiti i suoi diritti, senza che siano tenuti in alcun conto le sue necessità.

E tutto qesto avviene senza rendersi condo di giungere spesso a decisioni disastrose per il bambino, senza alcuna malafede, ma solo perchè il punto di partenza è sbagliato: l’adultocentrismo.

Adultocentrismo che porta a porre in evidenza alcune tematiche sicuramente importantissime ed a considerare minoritarie altre tematiche.

L’avvocato Coffari ha fatto alcuni esempi partendo dalla pena di morte, altamente sentita nel mondo degli adulti.

Sono circa 500, infatti, le persone che ogni anno muoiono attraverso questa tortura e se ne parla, se ne discute, si litiga, si fanno comizi in tutto il mondo, giustamente, peraltro.

Ma dei 50.000 bambini che vengono ammazzati ogni anno, dei 300.000 bambini soldato, delle centinaia di minori che vengono impiegati in lavori altamente usuranti….di loro chi ne parla?

Chi da loro voce?

Chi combatte per loro strenuamente?

Chi va oltre un reportage, un servizio televisivo?

Chi smuove il mondo per questi piccoli?

Pena di morte: 500 persone circa l’anno.

Bambini ammazzati, e violati nei loro diritti: migliaia e migliaia….e non ci sono sanzioni, non esistono moratorie verso quegli stati che si macchiano di tali nefandezze.

Adesso capite cosa sia l’adultocentrismo di cui parla l’avvocato?

Adultocentrismo che per esempio, nel mondo occidentale, si ritrova nella rimozione ipocrita della violenza sessuale dall’immaginario collettivo.

Lo si fa anche attraverso l’ipotesi sempre più acereditata, ingiustamente, dei falsi abusi.

Eppure In Italia sono state effettuate due indagini, una condotta dal prof. Pellai, del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Milano,nel 2001, l’altra effettuata dall’Associazione SOS Infanzia, in collaborazione col Movimento per l’Infanzia, nel 2005, sottoponendo un campione elevato di studenti delle scuole superiori.

Le ricerche sono giunte alla conclusione che su circa 1200 studenti, circa il 10% di loro ha dichiarato di aver subito abusi durante l’infanzia.

Le ricerche sono serie e verificabili e quello che riportano è allucinante…tantissimi ragazzi violati.

Poiché i dati servono per aiutarci ad interpretare la storia, la realtà in cui viviamo, se ne può ragionevolmente dedurre che la violenza sui bambini è un fenomeno sociale serio e preoccupante.

Esiste cioè, una violenza sommersa, non elaborata, che conduce a traumi devastanti per i ragazzi stessi e che devasteranno a loro volta, altre persone.

Esiste quindi una catena di violenza che si può spezzare solo rompendo il silenzio: la violenza sessuale sui minori esiste e non va nascosta, va invece denunciata.

Alte indagini compiute a livello internazionale, hanno dato all’incirca la stessa percentuale di ragazzi abusati.

Eppure, coloro che dovrebbero conoscere tali dati, giudici, avvocati, operatori vari, non ne sanno quasi nulla.

Questi dati non fanno notizia, non vengono diffusi, o meglio, non vengono pubblicizzati.

Perchè tutto questo fa paura agli adulti stessi.

Perchè questo è un problema che la collettività vuole rimuovere.

A tal riguardo, aproposito della rimozione, questo accade spesso alivello personale.

L’avvocato ha raccontato di essere stato avvicinato da un’assitente sociale, al termine di una sua conferenza, la quale era conosciuta per la  durezza con cui si confrontava con i bambini , che non venivano da lei creduti se raccontavano di aver subito abusi.

Ebbene tale assistente sociale ha confessato all’avvocato di avere questo tipo di atteggiamento nei confronti dei bambini, perchè non aveva mai accettato, negandolo perfino a se stessa, di aver subito abusi nell’infanzia.

L’avvocato Coffari ha raccontato con grande commozione questo episodio, ricordando che, per ascoltare il bambino, bisogna innanzitutto parlare del bambino dentro di noi.

Moltro altro è stato detto al convegno, molti altri pregevoli interventi.

In genere, lo confesso, mi annoio ai convegni.

Importanti docenti, professori, esperti parlano degli argomenti loro affidati, spesso senza passione, senza reale desiderio di mettere in comune la propria esperienza e competenza.

Gli interventi sono spesso logorroici, ripetitivi, noiosi direi….

La maggior parte delle volte quindi, rimango delua, perchè dai grandi personaggi mi aspetto di ascoltare cose grandi….

Stavolta non è stato così, il convegno mi è piaciuto e soprattutto mi ha arricchito.

Direi che le parole dei relatori hanno lasciato nel cuore di chi ascoltava, il desiderio di conoscere e capire, ma anche tante domande irrisolte….

E per cambiare quello che non va nella realtà, si parte sempre dalle domande e dai quesiti….

Almeno così credo.

Tra le persone presenti nella sala, c’erano alcune mamme, che combattono la dura battaglia per far sì che, i propri figli, a cui è stata diagnosticata la PAS e quant’altro, vengano ascoltati da persone adeguate e competenti.

Mamme coraggio, che lottano in prima linea per salvare i propri bambini,  per consentire loro di esercitare il proprio primario diritto:

il diritto all’ascolto.

Flo

A s s a s s i n i o e f f e r a t o, o m i c i d i o, a c c o l t e l l a m e n t o, s t r a n g o l a m e n t o, r e c i s i o n e d a p a r t e a pa r t e, t or t u r a, o m i c i d i o c o l p o s o…

Parole gravate dal peso dell’orrore, macchie che imbrattano la bellezza della vita, che assalgono con la loro violenza, eppure così presenti nei nostri discorsi, da perderne, a volte, la portata angosciante.

Per questo scandiamole bene, imprimiamole con l’inchiostro, perchè dietro ognuno di questi orribili lessemi ci sono infinite tragedie umane, vite che volevano vivere, distrutte e deturpate.

Dietro ogni suono pulsa il dolore di chi rimane.
Come Patrizia Genta, che versa le proprie lacrime bagnate di rabbia e rancore perché, per l’ennesima volta, la giustizia è stata ingiusta.

Patrizia piange sua figlia Emma.

Mi scrive il suo dolore, mi racconta le sue cadute nel baratro della disperazione da cui spesso non vorrebbe risalire, ed il suo rialzare il capo e provare ad incontrare nuove ragioni di vita.

Perché Emma era la sua ragione di vita.

L’aveva partorita a vent’anni, e l’aveva cresciuta con tutto l’amore di cui era capace.
Sola. O meglio con l’aiuto di una grande e problematica famiglia, ma sola.

Il padre di Emma, non se l’era sentita di rimanere accanto a loro e le aveva abbandonate.

Un abbandono molto doloroso per Emma che amava quell’uomo irresponsabile e che si trovò a fronteggiare una situazione non certo semplice per una ragazza madre che viveva a Napoli.

Fu così che ad un certo punto Emma e la sua famiglia d’origine decisero di trasferirsi a Foligno in Umbria, con la speranza di garantire speranza di vita migliore per tutti e soprattutto per la bambina.

Emma, comunque, crebbe bella, gentile e buona d’animo.

Era anche una ragazza molto fragile ed insicura, perché aveva sempre desiderato di essere amata da quel padre che l’aveva abbandonata ed aveva dovuto superare una delusione dopo l’altra.

Aveva una madre, che la proteggeva, ma suo padre…non valeva forse l’amore di suo padre?

Sognava una famiglia, un uomo da amare e da cui essere contraccambiata, a cui affidare il suo futuro, le sue speranze, desiderava dei figli su cui riversare quell’amore troppo grande da contenere per sé.

Amava gli animali…la sera se ne andava in giro per il quartiere a lasciare di quà e di là il cibo per loro.
Era una gattara…o meglio un’animalara (mi permetto di coniare un termine nuovo).

Generosa, sincera, sognatrice…ma anche molto ingenua.

Comunque, ormai trentenne, trovò un uomo, un marocchino, di cui si innamorò, al punto da desiderare di sposarsi, di andare a vivere con lui, nonostante tutte le perplessità della madre, sempre preoccupata per la felicità della figlia.
Fu così che, proprio il giorno del matrimonio, per festeggiare, incappò nel ristorante, il cui proprietario divenne il suo assassino.
L’uomo si offrì di affittare ad Emma ed a suo marito un appartamentino, una soffitta situata proprio sopra la sua abitazione.

Ad Emma parve che il futuro le spalancasse le porte del paradiso: una nuova vita e sotto i migliori auspici ora che aveva trovato una casa…

Purtroppo la maggior parte delle volte la realtà cammina esattamente all’opposto delle favole, su binari diversi ed in direzione contraria.

I rapporto tra proprietario ed inquilini furono da subito difficili a causa delle continue vessazioni del proprietario, che non smetteva mai di rimproverarli, per ogni cosa, per motivi più o meno futili.

Finché l’uomo, decise di sbatterli fuori di casa con ogni mezzo, adducendo a giustificazione il fatto che l’affitto non era stato onorato.

Emma chiedeva almeno il tempo di potersi cercare un’altra sistemazione, ma nulla da fare…e le violenze verbali erano all’ordine del giorno, al punto che, una volta, alcuni agenti delle forze dell’ordine, accorsi sul posto, consigliarono ad Emma di denunciarlo per le aggressioni verbali e per la gestualità violenta ed aggressiva.

Emma non lo fece…

Fu così che, la sera del 28 aprile 2008, Emma rientrata a casa, trovò la serratura cambiata e le sue cose buttate fuori in sacchi della spazzatura.

Corse a rendere conto al proprietario di casa, arrabbiata, molto arrabbiata per essere stata trattata come una persona senza dignità e a cui non si doveva il giusto rispetto.

Entrò come una furia nel ristorante gestito dal proprietario di casa, seguita da una sua amica, unica testimone (il marito era fuori città per lavoro).

Nacque un diverbio, l’uomo si recò in cucina, prese un coltellaccio di 32 centimetri di lama e colpì, durante una colluttazione la povera Emma.

Fu colpita al fianco, una ferita mortale.

All’età di 31 anni Emma, perse la vita.

E con lei, morì nell’animo, sua madre.

Vite spezzate, distrutte dalla furia omicida di uomini senza freni, armati fin dentro al cuore di violenze, omicidi, brutture.

Ci fu un processo lo scorso anno, col rito abbreviato, naturalmente.

Il Pubblico ministero Daniela Isaia, chiese 30 anni di galera.

Non potè richiedere l’ergastolo perchè, essendo il processo con rito abbreviato, bisognava considerare un terzo di sconto della pena, quindi 30 anni erano il massimo.

Sconto della pena...
Mi suona strano in questi casi in cui una vittima è lì a terra senza vita.
Non pare anche a voi?

Comunque la conclusione del processo portò alla pena esemplare, ma proprio tanto esemplare, di 14 anni e 8 mesi.

14 anni e 8 mesi.

Lo ripeto, perchè non riesco proprio a capire come poi, pochi mesi dopo, alla conclusione definitiva del processo, l’assassino, grazie alle attenuanti generiche, si sia ritrovato a scontare la pena agli arresti domiciliari, con la possibilità di lasciare la sua abitazione a orari prestabiliti.

Io ancora sono costernata.
Voi come state?
Tranquilli? Tutto ok, tutto ok?

Non credo.

Comunque oggi la mamma di Emma, che dovrà proseguire i suoi sogni in paradiso, non perché l’abbia deciso Qualcuno più in alto di noi, ma per volontà di un individuo, dicevo, la madre, dovrà sempre vivere con l’incubo di incontrare l’assassino di sua figlia.

Anzi è già successo mentre portava a spasso il cane.

Se lo è trovato dinnanzi in uno dei suoi orari prestabiliti, lui è stato minaccioso e l’ha trattata con arroganza.

Lei, la madre della vittima.

Cari lettori, tutto ok, tutto ok?
Non credo.

Patrizia non esce quasi più di casa, è sola nel suo dolore, arrabbiata, a me pare che sia stata anche un poco abbandonata e che non ci sia molta solidarietà intorno a lei.

Patrizia è chiusa ne suo dolore e sola, molto sola.

Ha scritto una lettera al Ministro Alfano, denunciando quello che è accaduto, cioè che l’assassino di sua figlia gira indisturbato per il paese e che lei trema ogni volta che ne percepisce la presenza.

Sarà mai degna di una risposta?

Ecco, ora lo chiedo io, a tutti ed in primis al Ministro Alfano:

Ministro, mi permetta, non crede che qualcosa debba cambiare in questa nostra giustizia ingiusta? Un suo interessamento a questa e ad altre vicende della stessa portata, sarebbe indispensabile. La ringrazio per l’attenzione.-

Sarò degna di una risposta?

Veramente dovrebbe esserne più degna Patrizia, la madre.

Comunque al massimo saremo in due a non esserne degne.

Perchè io voglio stare dalla parte delle vittime e mai degli aggressori.

Che dite, cari lettori: tutto ok, tutto ok?

FLO


Tutte le Istituzioni Protettive, e parimenti le Istituzioni Punitive (Carceri), sono essenzialmente punitive delle colpe che i minori sono costretti a subire, a causa delle proprie menomazioni, costituite da: povertà (la famiglia non ha mezzi sufficienti di sostentamento), disabilità (handicappati), caratterialità (ragazzi difficili), perdita dei genitori (orfanotrofi), separazione dei genitori, bambini in carcere con la madre, ecc.
Inoltre in nome dell’affermazione che i vecchi diventano bambini: anche i Ricoveri di Anziani sono altrettante caserme.

Pertanto il ricovero in questi Istituti è anche un gesto di colpevolizzazione dei minori, a causa delle suddette menomazioni, per le quali vengono appunto istituzionalizzati.

L’istituzionalizzazione purtroppo è anche la dimostrazione dell’affermazione biblica: ”i vostri padri hanno mangiato l’uva acerba e i figli sono nati con i denti legati”.

Fondamentalmente tutti gli Istituti di Protezione sono identici alle Caserme Spartane, dove i maschietti di 4 anni venivano militarizzati, per formare l’ideale del maschio-soldato spartano.
Infatti tutti gli Istituti debbono adottare una disciplina che renda possibile la loro esistenza.

Ovviamente il mantenimento è accompagnato dalla “educazione”, o “formazione”, che in questo contesto disciplinare si può definire “condizionamento psichico”, che influenzerà tutta la vita degli ex-ricoverati nelle Strutture Protettive.
Forse gli handicappati potrebbero avere bisogno di una assistenza medica, ma ciò non toglie che purtroppo sono sottoposti a disciplina.

Tutto è dimostrato dal fatto che tutti gli istituzionalizzati o i ricoverati se possono scappano il più presto possibile, salvo il processo di condizionamento che li ha persuasi a continuare a restare.

Il processo di civilizzazione comporterebbe che finalmente ogni istituzionalizzazione scomparisse, per dare spazio alle familiarizzazioni, oggi sempre maggiormente possibili. Evidentemente va difeso il diritto di scelta di membri che appartenevano alla propria famiglia, distrutta dalla separazione.
Il Prof. Basaglia è riuscito a fare scomparire i Manicomi, che comunque avevano tante e inenarrabili analogie con le Istituzioni Protettive.

Si potrebbe anche affermare che specialmente l’Istituto Protettivo, pur essendo compensativo di tante carenze, è anch’esso uno psicofarmaco, che condiziona il cervello dei ricoverati.

Pertanto Istituzionalizzare un bambino per sottrarlo al rapporto nefasto con i genitori, o con uno dei genitori, è una violenza peggiore della violenza psichica subita dalla loro separazione. È un punire lui a causa della separazione dei suoi genitori, oltre che essere anche una punizione di uno o dell’altro genitore che non lo ha voluto, o che non permette che l’uno o l’altro benefici della scelta del figlio di restare assieme.

Quindi, in occasione della separazione dei coniugi: anzitutto il primo diritto che esiste e deve essere affermato è la libertà di scelta fatta dal bambino, anche qualora fossero più fratellini e scegliessero tutti di stare tutti dalla stessa parte, trattandosi di esseri umani e non di merce.
Semmai il giudice deve accertarsi che il bimbo sia veramente libero di scegliere e non sia influenzato da subdoli ricatti o minacce.

In base a questi principi naturali, oltre che umani: sembrano inutili le sempre più numerose associazioni, specialmente maschiliste, che vogliono affermare o contrattare i diritti genitoriali; infatti sono tentativi di perversione di una legge naturale, che deve restare indiscutibile.

(Dr.Giovanni Basso – Psicologo-Psicoterapeuta e Perito Grafologo)

Federica vive in una storica città del nord Italia, dove il ritmo del tempo batte veloce, scandito dalla laboriosità delle fabbriche, dove le periferie sono un brulicare di vita intensa e disordinata.

E’ giovanissima donna di vent’anni o poco meno, che dalla mattina alla sera si divide tra vari lavori e lavoretti, un giorno da una signora per fare le pulizie, un giorno in una famiglia con tanti bambini a fare la baby sitter, le sere in una pizzeria del quartiere a servire ai tavoli, qualche appuntamento come parrucchiera a domicilio…

Una ragazza che sa sbarcare il lunario, alla faccia di tanti bamboccioni…

Federica ha pochi grilli per la testa…la sera torna a casa talmente stanca, che riesce a malapena a pensare di chiamare qualche amica…

Ogni tanto esce anche lei, meno di quanto desidererebbe, un giro in discoteca, una cena con amici, talvolta il boowling…ma pochi divertimenti e molto distanziati nel tempo.

Non ha ancora un ragazzo fisso…per adesso si guarda intorno, si fida poco.

Dovrebbe incontrare un santo, uno che potesse riuscire con dolcezza, pazienza e una grande dose di amore a creare una falla nella barriera imponente in cui lei è arroccata, anima e corpo.

Dovrebbe incontrare un uomo buono, che non ama i confronti serrati e faticosi, che lasci un poco correre, che non si attacchi a discutere ogni frase, ogni velatura nei gesti e nelle parole.

Dovrebbe essere un uomo niente affatto pesante.

Il gruppo di amici di Federica è comunque quello delle scuole superiori, con cui lei è rimasta in contatto, ragazzi e ragazze giovani, affabili ed allegri.

Ma un’amica vera, quella che tutti desiderano, quella che è preziosa come un tesoro, ebbene non ce l’ha…una a cui confidare i pesi del cuore, da cui essere sollevata dai problemi con un volo di parole speranzose e con un sorriso complice od un abbraccio affettuoso.

Federica desidererebbe tanto avere un’amica così.

Ma non l’ha ancora trovata.

Dovrebbe incontrare una ragazza, capace di ascoltare, di non stancarsi dei suoi silenzi, delle sue paure, del suo improvviso chiudersi in un a sorta di mondo immaginario, dove vaga sola per giorni, impossibilitata a tornare indietro, senza una mano amica.

Dovrebbe insegnarle a ridere, a lasciarsi andare, a divertirsi un poco, a lasciar uscire da sé tutto un sommerso di affetto, passione, dolcezza, tutto ciò che racchiude in uno scrigno  che non condivide , ma che metterebbe in luce la sua bellezza interiore.

Non ha ancora incontrato un fidanzato speciale, né un’amica altrettanto eccezionale.

Per adesso però si accontenta di ciò che ha…

Federica, in una delle sue serate solitarie e stanche per i piedi gonfi e la schiena dolorante, in uno di quei giorni un pò no, che attraversano il tempo della nostra misera umanità, navigando su facebook, per un caso fortuito, si è imbattuta in un mio articolo scritto tempo fa, riguardo la storia di una ragazza che chiedeva aiuto per suo fratello rinchiuso (è il termine esatto) in una casa famiglia.

Ho trovato una sera, la storia di Federica nella mia posta, uno sfogo carico di lacrime, di rabbia, stupore, parole semplici un poco sgrammaticate, ma che mi sono andate dritte al cuore.

Le ho risposto, e da allora è iniziato un carteggio breve ma gravato di dolore e di fatti per cui chiede una parola, un aiuto, un consiglio.

Federica attraverso quel primo articolo ha scoperto di trovarsi in un mondo in cui il dolore, quel suo stesso dolore è condiviso da tantissime altre persone ed ha cominciato pian piano ad aprire il suo cuore.

Federica pensava di essere l’unica a portare nascosti i segni vergognosi di un’infanzia drammatica, e non sapeva che tanti bambini si trovano in casa famiglia, pur avendo delle persone che possono tranquillamente provvedere loro, pur avendo delle madri che li aspettano e li piangono.

Federica non sapeva che il suo dramma è una orribile fotocopia di tante storie tutte uguali, accomunate da odio, rabbia, litigi e distruzione.

Perchè Federica ha un fratello di quattordici anni chiuso contro la sua volontà in una casa famiglia.

E non immaginava proprio quanti ragazzi siano nella stessa condizione di suo fratello…

E’ entrata in contatto con tante mamme che vivono il dramma della prigionia del figlio, senza che ce ne fosse un reale bisogno.

Ha conosciuto ragazzi che aspettano il ritorno dei propri fratelli.

Federica ha scoperto di non essere sola e di poter gridare tutto il suo pianto a chi la può comprendere  senza quasi spendere troppe parole.

La sua è una vita iniziata all’insegna dell’infelicità.

Sua madre, con cui lei ancora vive, è una fragile donna, molto semplice, poco istruita, ma con un cuore grande, due occhi sempre imploranti e delle rughe precoci, scavate sulle guance.

Rimase incinta di lei a sedici anni, matrimonio riparatore, poca conoscenza del marito, una veloce e non ben identificata passione iniziale, finita tra le ceneri di una vita grama, in cui le fu ben presto chiaro il suo ruolo di schiava, di valvola di sfogo, di catalizzatore dei più bassi istinti animaleschi, in cui tutto d’un colpo, si sono infranti i sogni e le speranze.

La povera madre era stata una ragazza ingenua, così desiderosa di provare precocemente le forti emozioni della vita, da cadere tra le braccia del primo arrivato, un belloccio con un pò di muscoli, con le magliette attillate ed il pacchetto di sigarette sempre in mano, uno che ti guardava e sembrava ti si infilasse dappertutto.

La madre pensò di aver incontrato un seduttore e si diede da fare per conquistarlo…con tutta la sua ingenuità di piccola donna e la superficialità che le veniva da letture non molto edificanti di romanzetti in cui le protagoniste venivano sedotte da uomini che poi le rendevano le regine del cuore e del loro castello.

Altro che castello!

La madre di Federica si ritrovò in una prigione di menzogne e per giunta incinta, evidentemente incinta.

Dopo la nascita della bambina, lei sola a combattere le notti insonni per i pianti della piccola, a destreggiarsi con quattro soldi per campare, con un marito sempre in giro a molto bighellonare e poco lavorare.

La prima sera in cui lui tornò ubriaco, la violentò.

E poi ancora, e di nuovo, e di nuovo…

Giovane donna, giovane madre, ormai disillusa, con la morte nel cuore e tutti i desideri sepolti nel luridume della violenza.

Abortì di nascosto… una, due volte, forse tre.

Quando i segni sul volto erano evidenti, quando il ventre le doleva come se l’avessero investita, non usciva di casa, evitava, per non farsi compatire.

E la bimba cresceva… urla botte, improperi, e la bimba cresceva. E vedeva…vedeva tutto…e pensava fosse normale, pensava fosse il mondo dei grandi.

Era una bimba silenziosa, una spia l’avvisava che era meglio che facesse finta di non esserci, imparò i giochi solitari e immaginari.

Era una bimba pensosa, Federica, quel mondo che la rifiutava, la spingeva a crearsi una terra  incantata in cui si rifugiava per giorni interi.

La madre era troppo persa a difendersi da quello sterile amore che si era trasformato in odio. Era troppo intenta a compiangere la sua vita distrutta, la sua giovinezza, la sua bellezza. Troppo immersa in desideri di fuggire e trovare un principe che la conducesse via dalla bestia che la teneva prigioniera.

Ma a lei, nonostante tutto, la curava, la vestiva come una bambolina, la coccolava…

I vicini, i familiari, fingevano di non sentire, di non sapere, di non conoscere.

Alzavano la radio se le urla correvano veloci tra le pareti, non commentavano il volto livido della madre…

Nessuno mai tese una mano, un fazzoletto per piangere, nessuno mai disse una parola.

La madre rimase di nuovo incinta e stavolta non riuscì ad abortire.

Nacque un maschio, uno splendido bambino dalle gambe lunghe e dagli occhi di brace.

La madre lo adorò dal primo istante.

Per lei, lui divenne tutto.

E lo tirò su bene.

Al punto che all’improvviso ebbe la forza di ribellarsi.

Una sera il marito ubriaco tentò come sempre usarle violenza, l’odore fradicio di sudore, vino, fumo, le mani come artigli a spogliarla e a percorrerla con gesti veloci, il respiro affannoso ed il fiato acido sul collo.

D’improvviso il bimbo si affacciò alla porta…la madre se ne accorse, ma non riusciva a liberarsi dalla morsa dell’animale.

Il suo piccolo, no, lui non doveva sapere quello che facevano alla sua mamma.

Trovò una forza sovrumana, diede calci, pugni, uno nell’unica fragilità dell’uomo, e riuscì a svincolarsi per raggiungere il figlio con gli occhi spalancati.

Ma fu raggiunta dall’uomo, il suo dolce tesoro era in pericolo, si diresse a forza, col figlio in braccio verso la porta, la spalancò e cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in corpo, alimentato da anni ed anni di silenzio.

Quello che avvenne dopo fu terribile.

Accadde che il padre riuscì a cavarsela con dei rimproveri limitatamente pesanti. La madre invece, si ritovò in un incubo senza fine. Venne considerata troppo debole, incapace di dedicarsi con continuità ai suoi figli e fu lasciata sola, avvoltolata in giudizi di incapacità genitoriale.

Federica in men che non si dica si ritrovò in casa famiglia con il fratellino…

Nelle sue lettere Federica non mi ha raccontato tutto il dramma, mi ha fatto intuire che stare senza la madre è stato intraducibile per l’orrore.

Mi ha parlato invece del suo dolore di oggi, perché ora che lei è maggiorenne, ha potuto scegliere di tornare dalla madre, ma suo fratello è ancora lontano da lei, in un a casa famiglia in cui viene tenuto in maniera coatta.

Ogni giorno, tra un lavoro e l’altro piange tutte le sue lacrime. Ha pochi soldi, non tanti per pagare le spese legali di un bravo avvocato, non tanti per chiedere consiglio a chi i consigli li sa dare.

La sua mamma, questa fragile donna che li ha partoriti, nonostante i suoi drammi una madre lo è stata, una brava madre, tutta sola nella sua prigionia. Per il fratello si sarebbe buttata nel cuore, gli avrebbe dato tanto amore, tutti i giorni, il meglio di sé, avrebbe lavorato ovunque per mantenere i figli.

Invece questo amore le è rimasto lì nel cuore, con l’obbligo, per favore, di non mostrarlo.

L’hanno punita per la vita in cui si è cacciata alla ricerca dei suoi sogni e le hanno tolto i figli, l’unica ragione di vita, l’unica possibilità di lottare per essere migliori.

Le hanno tolto suo fratello…Quante volte, ancora oggi, dopo essere ritornata a casa, la scopre sul letto a piangere abbracciando il suo dolore tra il petto, lanciando flebili lamenti.

Una donna distrutta…che ha dovuto imparare a vivere senza i figli.

Federica può vedere raramente suo fratello: una volta a settimana possono incontrarlo all’istituto.

Trattano lei e sua madre come degli insetti da tollerare.

Possibile che non ci sia tra loro un operatore che abbia un cuore e l’intelligenza per capire?

Federica rivuole suo fratello.

Perchè non può stare a casa con lei e sua madre?

Lui adora entrambe, ha una rabbia repressa perchè non vuole rimanere in quello che non è il suo rifugio.

Studia poco, è spesso triste, arrabbiato, è controllato su tutto, non ha amici.

Come potrebbe farseli, gli amici?

Non è libero di uscire dopo la scuola.

-Aiutatemi, voglio uscire di qua!- dice spesso a lei e sua madre

Negli ultimi tempi lo dice meno spesso, perchè gli operatori minacciano che non gli faranno incontrare più  la sua famiglia, che lo induce a strani atteggiamenti, lo rende rancoroso…

Ormai Federica non spera neanche più… sa che dovrà aspettare che suo fratello abbia diciotto anni per potersi liberare dalle decisioni  degli uomini che amministrano la giustizia minorile.

Sa che solo allora potranno darsi la mano e percorrere insieme un altro tratto di vita: fratello e sorella…insieme.

Intanto, nell’attesa deve riuscire a gestire il pianto dirotto che grida l’ingiustizia e che ha sempre nella gola, come una morsa.

Intanto deve sopportare gli occhi pesti di lacrime della madre, la sua amabile madre, con le mani screpolate dalla fatica nelle case dei signori…

Io posso solo gridare con le mie parole quello che lei ha nel cuore:

“Ridatemi mio fratello!”

FLO



La separazione dei genitori causa tanti mali ai figli, particolarmente ai minori.

Infatti i figli fisicamente e psichicamente sono fatti e costituiti dalla realtà psico-fisica dei due genitori, che sono ancora la loro vita che li fa crescere, almeno lungo tutto il tempo della inferiore età.

La separazione è perdita di almeno una componente di questo principio di vita al quale i minori sono necessariamente e naturalmente legati e dipendenti, e pertanto crea uno stato di mortificazione in tutti i figli.
Il loro stare con l’uno o l’altro genitore è sempre una compensazione che tende a coprire questo vuoto mortificante.

Altro male della separazione e del divorzio: è l’orfananza e l’abbandono, nonostante siano affidati all’uno o all’altro dei due; è brutto sentirsi orfani, ma è peggio sentirsi orfani di genitori che esistono ancora, perché l’esistenza ne fa percepire ogni giorno la perdita.

Comunque sono tanti e prevedibili i problemi psico-fisici che gli orfani debbono affrontare e risolvere, quando è anticipatamente venuta meno una di queste due componenti energetiche vitali. Particolarmente gli orfani diventano facilmente persone insicure, perché la sicurezza del bambino si fonda sull’unione tra papà e mamma; nonostante sia meglio, anche per i figli, che i due genitori si separino, piuttosto che vivere in discordia o continue conflittualità distruttive dell’amore.

Soprattutto è importantissimo considerare ed apprezzare che la separazione dei genitori provoca e sviluppa un più forte legame, stringimento e solidarietà tra i fratelli, in occasione della perdita di una persona molto importante nella loro vita, sentita come una disgrazia mortale, della quale i fratellini si sentono superstiti.

Qualora un qualsiasi giudice, o qualsiasi altra persona, imponesse ai fratelli di andare avanti nella vita, ma separandosi tra loro: aggiungerebbe e imporrebbe disgrazia a disgrazia, lutto a lutto!

Putroppo a questa iniquità è arrivato un giudice, riconosciuta ed annullata dal Giudice della Corte d’Appello di Salerno, anche in nome della “mitologia” dell’Antica Grecia.

La separazione tra i minori, figli di genitori separati: è mortificazione umana dei medesimi, in quanto considerati schiavi-oggetto – sia pur di valore – motivata dal dovere di distribuire equamente i beni e i mali tra le parti che ne hanno diritto.

Come inoltre è mortificante purtroppo anche l’orfanatrofio, o qualsiasi Istituto, nei quali vengono collocati i minori, i poveri, o i deboli psicofisici: imprigionati a causa di mancanza o perdite di fattori importanti della loro vita, non attribuibili alla loro responsabilità.

Perché le istituzioni non fanno crescere, come solo i genitori possono fare crescere con le loro persone e con i loro mezzi: bensì condizionano corpi e cervelli, sia pure attraverso l’ambiente e la cultura.

Dott. G. Basso, psicologo, psicoterapeuta

Cari lettori, stamattina il piccolo Matteo, novello Davide, è riuscito a difendersi dalle forze dell’ordine e dagli assistenti sociali, novelli Golia (e non è certo un complimento) che sono usciti sconfitti.

Ormai sapete che Matteo vive a Sezze, ne hanno parlato i giornali, speravamo che, dopo l’intervento del senatore Pedica, IDV, dopo che la presidente del Tribunale dei Minori era intervenuta e si era resa conto della situazione, il piccolo fosse in salvo. Matteo infatti nei giorni scorsi aveva ricominciato a seguire con continuità  il percorso didattico con i suoi compagni, aveva ripreso l’attività sportiva e soprattutto aveva ricominciato a sorridere.

Sorridere come sanno fare i bambini felici.

I piccoli infatti hanno una facilità a superare i momenti difficili impressionante e Matteo ne è un ottimo esempio.

Dunque arriviamo al fatto. Stamattina, 11 maggio, il bambino si trovava in classe con i suoi compagni.

Ad un certo punto sono giunti davanti alla scuola 4 volanti delle forze dell’ordine, con 4 agenti a bordo per ciascuna macchina, accompagnate da un pulmino sempre delle forze dell’ordine.

Alcuni di loro sono entrati nella scuola armati, al punto che i bambini in seguito hanno raccontato alle mamme di essersi spaventati.

Il piccolo Matteo è stato prelevato ed è stato ‘invitato’ in una stanza che si è chiusa dietro le spalle di due assistenti sociali della questura di Latina.

Nel frattempo il padre fuori della scuola controllava che tutto procedesse nel migliore dei modi, cioè che Matteo fosse prelevato e portato nella casa famiglia che lo aspetta a braccia aperte.

Grazie a Dio dalla scuola hanno subito avvisato la madre di Matteo, che è giunta con la nonna  in un battibaleno.

Grazie a Dio sono stati allertati i giornalisti, il senatore Pedica ed il presidente del Tribunale dei minori.

Il padre del bambino non ha consentito l’accesso alla scuola alle due donne  che volevano raggiungere il bambino.

La madre ad un certo punto, ormai certa di aver perso suo figlio per sempre ed angosciata per essere impossibilitata a difenderlo, visto tutto quell’armamentario che le stava contro,  improvvisamente si è sentita male ed è svenuta, non prima di essere stata picchiata violentemente dall’uomo.

Grazie a Dio, e lo dico veramente, i giornalisti sono arrivati tempestivamente e sono testimoni di quanto si è verificato.

Totò Riina  doveva essere prelevato.

Ma no, che dico, un bimbetto di un metro e trenta doveva essere preso contro la sua volontà.

Ebbene, sapete cosa è accaduto?

Il novello Davide ha sconfitto Golia.

Cioè Matteo è uscito sano e salvo con le sue gambe, ha resistito, ha pianto, quanto ha pianto, quanto ha pregato, quanto ha lottato per non seguire le due coscienziose assistenti sociali.

“VI PREGO, VERRO’ CON VOI, MA FATEMI SALUTARE PER L’ULTIMA VOLTA LA MAMMA”

“PERCHE’ MI VOLETE PORTARE VIA, LOCAPITE CHE IO SONO UN BAMBINO FELICE CON LA MIA MAMMA?”

“PERCHE’ NON LO CAPITE?”

PERCHE’ NON VOLETE CHE IO STIA CON LA MIA MAMMA?”

Queste le strazianti grida del bambino, queste le richieste di aiuto di Matteo, che i testimoni fuori della stanza raccontano con angoscia.

Mentre scrivo sto piangendo e non me ne vergogno.

Credo che invece si dovrebbe vergognare chi non piange, non si commuove  e non sa capire quale sia la verità: Matteo deve crescere con l’amore l’affetto e la sicurezza della sua mamma.

Non mi dilungo. Matteo ha resistito, piccolo eroe dei bimbi maltrattati dalla giustizia ingiusta.

Finalmente dalla questura è arrivato l’ordine agli agenti, che segretamente spero che parteggiassero per il bambino, di ritirarsi. Nel frattempo è giunta l’ambulanza per la madre.

Termino con un grazie ai giornalisti,  che sono stati splendidi, grazie al senatore che protegge questo bimbo e tutti coloro che sono nella sua situazione. Grazie al presidente del Tribunale dei minori che ha fermato il blitz.

Ora mamma e figlio sono insieme. Il bimbo sta per andare a dormire perchè sono tutti stanchi a casa e non ce la fanno più a stare in piedi dopo questo stress capace di distruggere un cavallo.

DORMI PICCOLINO MIO, DORMI, SEI STATO UN OMETTO”.

Così immagino che gli dirà la mamma rimboccandogli le coperte.

Flo il direttore


agosto: 2017
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