Mamme Coraggio

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Marinella Colombo, madre di due bambini, mercoledì scorso è stata arrestata e rilasciata solo ieri, perché accusata di aver condotto i suoi figli dalla Germania in Italia, dopo la fine del matrimonio con un tedesco.

La sua storia è molto travagliata e, credo, conosciuta da tutti.

In sintesi, dopo la fine del suo matrimonio, la donna dalla Germania torna in Italia con i suoi figli.

Ma l’8 maggio del 2009, i bambini vengono prelevati ad insaputa della madre dalla scuola in cui studiano, a Milano,  portati in Germania e consegnati al padre dai servizi sociali tedeschi.

Nel febbraio scorso, Marinella Colombo riesce , aiutata da amici , con un blitz, a riprendersi i suoi figli ed a nascondersi con loro all’estero.

Ora la donna è stata arrestata e poi rilasciata, ma presto ci sarà un’udienza davanti ai giudici d’appello che dovranno decidere della sua sorte: estradarla o meno, a causa del mandato d’arresto europeo per sottrazione di minori.

I minori in questione sono i suoi figli.

I minori in questione desiderano rimanere con la loro mamma.

Inoltre il 10 novembre, presso il Tribunale dei Minori di Milano, si discuterà il ricorso dei bambini contro il rimpatrio che è stato disposto dall’autorità giudiziaria tedesca.

Nel frattempo la donna è riuscita a tenere nascosti i suoi figli, i quali stanno studiando per prepararsi agli esami scolastici.

Non si sa dove siano, se in Italia o all’estero.

Resta il fatto che la donna accusa pubblicamente l’autorità giudiziaria tedesca  di essere intervenuta nel caso co una serie di scorrettezze molto gravi, non ultima, l’aver falsificato dei documenti che sono stati intenzionalmente mal tradotti.

La madre, interpellata dai giornalisti, molto provata, ha ribadito con forza che in Germania le leggi sono diverse dal resto dell’Europa.

Infatti i figli non sono dei genitori, ma appartengono allo stato, sono di proprietà dello stato.

Ha accusato l’autorità giudiziaria tedesca di aver presentato al Tribunale dei Minori di Milano una documentazione falsata, in base alla quale ilTribunale stesso  ha preso la decisione di rimpatriare i bambini in Germania.

Al centro della polemica sono le maniere assolutamente inaccettabili con cui è intervenuto nella storia lo jugendamt, l’organizzazione tedesca che ha la funzione di assistente sociale e che sostiene attivamente i tribunali in difesa degli interessi tedeschi.

Marinella Colombo ha anche affermato che si è resa conto che chi ha dovuto arrestarla in Italia, lo ha fatto a malincuore e controvoglia.

In carcere è stata trattata con grande umanità dalle carcerate. che le hanno preparato il letto e provveduto alle sue necessità, confortandola.

La battaglia di questa mamma per salvare i suoi figli sarà dura e lunga, una battaglia che vede su fronti contrapposti l’Italia e la Germania.

MI auguro che l’Italia non pieghi la testa di fronte alle maniere dure ed autoritarie dei tedeschi e che appoggi fino in fondo Marinella Colombo, affinchè vengano tutelati i diritti dei due bambini, che sicuramente vivono in uno stato di grande ansia, sapendo che la loro madre non può essere vicino a loro.

Allontanare con la forza i bambini dalla loro madre, prelevarli dalla scuola, per giunta in Italia, in maniera coatta, ricorda dei mezzi del secolo scorso, utilizzati per fini sempre orribili.

Lo Stato non può essere il proprietario dei bambini.

I bambini sono persone, ed in quanto persone debbono godere di tutti i diritti, in primis del diritto all’ascolto.

La battaglia continua…

Marinella Colombo ha la mia solidarietà e credo quella di tanti italiani che la pensano come me.

Marinella Colombo, deve essere aiutata a ricominciare una vita normale ed il più possibile serena accanto ai suoi figli.

Come è giusto e naturale che sia….

FLO

Non so se tra voi, altri hanno vissuto la mia stessa esperienza, ma credo proprio di si.

Da bambina sono cresciuta cibata da grosse siringhe ‘anabolizzanti’ ormai in disuso (oggi ancora tremo alla vista),perché troppo magra, e in un mondo di favole che hanno sviluppato in me il senso del tragico.
Favole spaventose, in cui le streghe e gli orchi spadroneggiavano senza pietà.

Mia nonna mi raccontava storie che ancora oggi tento di rintracciare, in cui povere donzelle dovevano difendersi con le unghie e con i denti da uomini e donne senza cuore.
Ascoltavo con gli occhi sgranati e non ne ero mai sazia.
La mia povera nonna doveva ripetermele all’infinito e sempre aggiungeva, di volta in volta, particolari agghiaccianti per la mia mente allenata.

Il lieto fine comunque giungeva liberatorio, ma la notte, pensavo e ripensavo, persa in un mondo in cui difendevo in prima persona bimbetti e donzelle, suggerendo loro come liberarsi dalle matrigne cattive o dai lupi mannari.

Quest’arte notturna ha affinato in me, senza che me ne accorgessi, un grande istinto alla sopravvivenza in qualsiasi situazione e, per contro, un forte desiderio di ricerca del comico.

Possedevo poi tutta una collana di libri per ragazzi molto in voga, in cui l’anima tragica aleggiava in ogni pagina, ogni riga, ogni parola.

E giù lacrimoni e lacrimoni, che non condividevo con nessuno per orgoglio.

Che mondo quello dei bimbi! Dovremmo ricordarci più spesso di come eravamo, invece di arroccarci nei nostri schemi mentali.


Ma soprattutto, un libro che mi ha molto scosso è stato “Senza famiglia”, letto e riletto fino a che il dolore toccava le viscere più profonde.
Ero una bambina molto felice, sempre allegra, ma ero anche capace di piangere tutte le mie lacrime per i diseredati ed i miei eroi.
Non potevo accettare che esistessero bambini senza alcuno al mondo ad accudirli, non ne conoscevo personalmente e quindi per me rimanevano personaggi dei romanzi.

Non vi dico poi con “Piccole donne”, che avrò letto mille volte e in cui, per la prima volta trovavo ragazze in cui immedesimarmi con piacere.
Desideravo avere tutta la timidezza e la dolcezza di Beth, la bellezza di Amy, l’eleganza di Meg, ma il cuore l’anima, l’estro, la risata e la passionalità di Jo, la scrittrice.
Amavo Jo, è stata il mio idolo. Io ero Jo…ad eccezione del fatto che avrei sposato il ricco Laurie e non il povero professore tedesco con le calze tutte rotte.
Ma soprattutto desideravo imitare Jo, sognando di occuparmi un giorno di un orfanotrofio, pieno di bimbi abbandonati.
L’ho sognato per anni, decidendo anche il posto e la casa più adatta, poi la vita mi ha portato verso altre scelte, dimenticando i miei sogni di ragazza.
Sogni che si basavano su un ideale romantico dell’orfanotrofio, in realtà non ne avevo mai visto uno…
Ora che ne conosco, sono spariti i sogni: l’amarezza ed il cuore gonfio hanno preso il sopravvento.

Anni fa, per lavoro, conobbi due adolescenti, gemelli, che avevano subito violenze inimmaginabili dal padre ubriaco, quali ad esempio essere legati ad un albero e sentir spegnere sul proprio corpo le cicche di sigarette. I due mi raccontarono che furono ospitati in un orfanotrofio, dove venivano imbottiti di sonniferi perché non dessero fastidio e dove venivano trattati malissimo. La loro fortuna fu una meravigliosa coppia che li adottò entrambi e che li amava con tutto il cuore. I due ragazzi, pur con danni evidenti nel linguaggio e nell’anima, hanno trovato la loro strada e sono rinati….

Ho scoperto un mondo che non credevo esistesse , almeno nei termini che riferirò, un mondo che avevo lasciato relegato, dimenticandolo, al mondo delle favole.

Il dramma degli orfanotrofi, chiamati ora con una terminologia più rassicurate ed accogliente: le case famiglia.

Avevo sempre creduto che negli orfanotrofi vi abitassero a tempo determinato, fino alla maggiore età, bambini senza nessuno al mondo.
Quando, anni fa, cominciai ad occuparmi di ragazze scampate alla violenza gratuita di omuncoli crudeli, che tra l’altro reclamavano spudoratamente i figli, scoprii che lo spauracchio più grande per mamme, avvocati e periti di parte, era quello di vedere prelevare i bambini, su relazione dei servizi sociali e con provvedimento del giudice competente, per indirizzarli nelle strutture preposte, chiamate appunto case famiglia.

Le mamme, sempre più spesso, venivano e vengono considerate inidonee a conservare la patria potestà, perché accusate di instillare nei propri figli un odio incontrollato nei confronti del padre, con chissà quali arti di moderna stregoneria, se per caso i figli raccontano episodi di violenze od abusi.
In pratica, lì dove non viene riconosciuta una violenza od un abuso, è la madre ad aver inventato tutto. Ma anche se la violenza o l’abuso sono stati accertati, la madre spesso rimane colpevole ed incapace.

Se una volta le streghe erano da condannare alla morte, oggi queste mamme sono le novelle streghe, da consegnare al rogo.

Un rogo che sta mietendo vittime su vittime, madri su madri, nonostante non se ne parli o si cerchi di sdrammatizzare, assicurando che le informazioni sui ‘figli sequestrati dallo Stato’ sono esagerate e senza fondamento.

Anche io, dall’alto della mia intelligenza (vi giuro, lo dico con ironia), dall’alto delle mie competenze e dei miei studi (sempre con ironia), quando cominciai ad intravedere questa orribile realtà, ho avuto più di un moto di ribellione.
-Ma vi pare- dicevo credendoci –che tolgono i bambini alle madri senza un motivo più che grave? Ma che dite, non esagerate, saranno madri matrigne!- continuavo, credendo che la ragione trionfa sempre sull’ignoranza, l’intelligenza sulla stupidità, il cuore sull’indifferenza, l’amore sull’odio.
Fiduciosa quindi, che l’operato di chi ha poteri decisionali fosse sempre lmpido e sinonimo di certezza della verità.

Purtroppo sbagliavo…

Ho scoperto che madri degne subivano e subiscono sentenze ingiuste che le condannano, che bimbi non creduti nelle loro denunce, venivano e vengono presi tra grida e lacrime, senza poter rivedere la madre ‘pericolosa’ per mesi e mesi. Gli stessi figli erano e sono però, costretti ad incontrare il padre violento od abusante, in maniera protetta, ma con la forza.

Donne e bambini al rogo.

E questo rogo purtroppo arde ogni giorno e si nutre senza pietà.

I bambini non votano- continuano a dirmi per giustificare l’impossibilità che qualcuno possa prendere realmente a cuore questa problematica.

I bambini non votano, ma le donne sì, almeno questo diritto per loro è acquisito. Le donne e tanti, ma tanti uomini veri, padri e compagni amorevoli che hanno a cuore la vita ed il futuro dei bambini.

Insomma, le case famiglia, per la maggior parte, non sono quegli orfanotrofi che tentano di dare una casa ed un tetto a chi realmente non ha nessuno. Devo per amor di verità aggiungere che vi lavorano anche tanti operatori meravigliosi, qualcuno ne ho conosciuto. Ma ciò non cambia la sostanza: nelle case famiglia ci vivono pure bambini e ragazzi che una famiglia ce l’hanno, una madre, dei nonni, dei parenti…e che quindi non dovrebbero essere lì.

Oggi, infatti, molte case famiglia sono pieni di bimbi e ragazzi allontanati con la forza dalla vita familiare e dagli affetti, strappati alle madri già piagate dalla violenza di un uomo che uomo non è.

Quante storie vere finora ho proposto nel mio blog, quante purtroppo continuerò a raccontarne, con la morte nel cuore e con la volontà di scardinare recenti luoghi comuni duri a morire e di lenire la durezza degli esperti convinti della bontà delle case famiglia per bambini, a loro dire, condizionati da madri malate di troppo amore.

Vorrei spegnere il rogo, vorrei fermare questa caccia alle streghe perché le streghe non esistono.
Vorrei che i bambini fossero trattati con rispetto e che fossero rispettati tutti i protocolli creati per difenderli.

Il mio compito è informare, diffondere il più possibile, provare a riflettere su tematiche così ardue, cercando di operare una critica costruttiva ed un confronto.

Il mio ‘vorrei’, però, tutto solo soletto, rimane un condizionale che sporca un foglio bianco.
Potrebbe però divenire ‘vorremmo’, anzi ‘vogliamo’, se voi che leggete declinate il mio vorrei.

Noi possiamo, sì noi possiamo insieme. Non criticate questo slogan così usato ed abusato nelle ultime campagne politiche al di là dell’oceano e al di qua.
We can.
Noi possiamo smuovere le coscienze annebbiate, tentare di abbandonare gli schemi di chi, come me una volta, crede che non sia possibile che esista una realtà del genere.
Noi possiamo…per i bambini, i ragazzi e le loro madri.
Glielo dobbiamo
.
Spegniamo i roghi.

FLO

Negli ultimi tempi mi sono dedicata a scrivere, più o meno indegnamente, di storie di donne che hanno subito lo stalking, come si usa dire oggi, anche se io preferisco di gran lunga la terminologia italiana e preferisco parlare di violenza, di lesione della libertà della persona, di grave attività persecutoria, di inseguimento e pedinamento fisico e psicologico.

Avendo conosciuto tante donne che hanno vissuto in prima persona la violazione della propria intimità, alcune delle quali sono sopravvissute per chissà quale miracolo alla furia di tanta crudeltà, non potevo non soffermarmi a riflettere su questa problematica.
Perché di problema serio e reale si tratta oggi: aprite qualsiasi cronaca di giornale e balzano come cavallette episodi di violenza efferata nei confronti delle donne.

Comunque non ho mai dimenticato il mio primo impegno, quello verso le donne violate che, in nome della più alta e nobile giustizia italiana, vengono allontanate dai propri figli o rischiano di esserlo.

Speravo forse che staccando un poco la spina dalla tematica, questa si dissolvesse come per incanto?
Forse.

Invece, continuano ad emergere nuovi casi, sempre più numerosi, nuovi drammi dai risvolti e dalle dinamiche talmente assurde da lasciare le persone di buon senso esterrefatte.

Sì, perchè qui l’absurdum fa a cazzotti col sano buon senso, quello salomonico, per intenderci, ed il primo sembra aver prevalso in molte scelte, travestendosi da coraggiosa soluzione salvifica per minori in balia di madri troppo materne.

Ed inoltre debbo osservare con costernazione che, mentre ormai le testate nazionali danno risalto allo stalking, anche perché in moltissimi casi ci scappa il morto, anzi la morta (perdonatemi la crudeltà), delle storie di bambini allontanati dalle loro madri, si trovano dei trafiletti nei giornali locali.

Eppure per un bambino, essere allontanato in maniera coatta dalla madre è come morire….
Eppure per una madre, vedersi strappare il proprio figlio è come morire…

Le nuove morti bianche…
Morire alla vita, alla libertà, al futuro, esseri imprigionati in una storia che non si è scelta…

Vi presenterò oggi, la storia di due donne a cui daremo un nome di fantasia: Luisa e Barbara.

Solo il nome è inventato, magari lo fossero pure le loro vicende!

Luisa è una docente universitaria, Barbara una giornalista: due donne capaci, che hanno dedicato la loro vita allo studio, alle scelte lavorative e che hanno fatto carriera, ognuno nel proprio campo.

Donne sicure, intelligenti, ben inserite nel tessuto sociale e con tutte le carte in regola per un futuro ricco di prospettive.

Donne che ad un certo punto hanno desiderato formare una famiglia, sono diventate madri, hanno cercato di crescere i propri figli con tutto l’amore che portavano dentro, nonostante il fallimento del rapporto con il loro partner.

Donne che si sono ritrovate in solitudine, distrutte, sull’orlo di un baratro di dolore assolutamente impossibile da gestire.

Donne sole, analizzate come animali da laboratorio, giudicate inidonee a continuare ad accudire i propri figli, loro, così abili, così capaci nella vita…

Absurdum che prevale sul buon senso…

Luisa, professore di una notissima università italiana ha una figlia 14 anni, Ginevra.

Ginevra si trova da ben due anni in una casa famiglia, di un noto quartiere romano.
Motivazione?
PAS, naturalmente.
La ragazza ha difficoltà a relazionarsi col padre, in parole povere non vuole vederlo, osteggia, in tutti i modi, gli incontri programmati dal tribunale dei minori.

Ginevra è nata fuori del matrimonio, è una figlia naturale.

Luisa, la madre, dopo una breve convivenza col padre di Ginevra, lo abbandona per motivi legati a gravi vicissitudini penali dell’uomo, il quale, per un certo periodo sparisce facendo perdere tracce di sé e non preoccupandosi mai della figlia.

Nel frattempo Luisa conosce un uomo che sposerà, che la aiuterà a crescere Ginevra, che le è stata affidata in via esclusiva dal tribunale, fino al giorno della sua morte precoce.

Ma il padre naturale di Ginevra ricompare sulla scena accusando Luisa di avergli impedito per tanti anni di vedere sua figlia ed inizia una feroce battaglia legale.

Da un lato Luisa, che ha cresciuto sua figlia con tanto amore e dedizione, dall’altro un uomo che si ricorda di avere una figlia, che rivendica il suo ruolo di padre da cui ritiene essere stato defraudato ingiustamente e che chiede al Tribunale dei Minori l’affido della bambina ai servizi sociali, pur di allontanarla dalla madre.

Come dirimere una questione così difficile?

Intanto la bambina viene sottoposta a numerosi pomeriggi di incontri con gli esperti, a fare test su test, come deciso dal giudice di competenza.

Tutte le analisi effettuate e la perizia del CTU non riscontreranno alcuna anomalia in Lucrezia.

Ma i servizi sociali inizieranno a far ventilare la PAS,un’ipotesi che poi, pur rimanendo ipotesi, sarà la strada dell’ingresso di Ginevra, all’età di 12 anni in casa famiglia, un bellissimo carcere a tempo determinato…
Perché come volete chiamarlo un istituto in cui sei costretta a vivere contro la volontà propria e quella della madre che ha cresciuto sua figlia da sola?

Eppure è un luogo comune affermare che ormai in carcere non ci va più nessuno!
I bambini sì, sappiatelo, vanno in carcere.

Mentre noi siamo qui a lavorare , a fare quello che dobbiamo o vogliamo fare, ci sono bambini costretti a vivere dove non vogliono, pur avendo una madre ed una bellissima casa che li aspetta.
Che dire di più?

Devo far trapelare maggiormente la mia indignazione?
Indignatevi con me, per favore.

Luisa ha perso la patria podestà, lei così in gamba sul lavoro, lei così brava a crescere sua figlia.
Il padre naturale, mantiene la patria podestà.

Luisa non può occuparsi di sua figlia, non può parlare con i professori, non può portarla da un medico, ma si fa carico di ogni spesa, dai libri al vestiario a tutto ciò che serve, nonostante i finanziamenti stanziati per Ginevra.
Ogni due settimane, sì avete capito bene, ogni due settimane, per il week end può vedere sua figlia, stare con lei e poi riportarla in casa famiglia.

Casa famiglia…che nome dolce…
Non vi si strappa il cuore dal torace?

Purtroppo questa è una delle tante storie fotocopia, in cui i servizi sociali relazionano quanto pensano di aver riscontrato ad un giudice che, in seconda battuta, può disporre l’allontanamento del minore dalla madre.
Ipso facto.

Credete che Ginevra sia stata interpellata?
Certo che no.

Che strano, oggi i nostri giovani sono talmente indipendenti da decidere sin da piccoli addirittura come vestire…
Per la legge invece un minore non può proprio decidere niente.

Minore o minorato?
Minorato. Non in grado di saper decidere senza supporto.

PAS, questa sconosciuta ai molti, di cui ho tanto scritto, ma che continua a provocare morti bianche…

L’altra storia di cui vorrei parlarvi è quella di Barbara, una giornalista, madre di due figli molto piccoli che si è separata dal padre dei suoi figli.
In fase di separazione, il marito ha presentato ai giudici una vecchia cartella clinica che documentava una fase di anoressia di cui Barbara aveva sofferto.
Nella lotta per l’affido dei figli, questa antica malattia di Barbara ha giocato un ruolo particolare, per cui è stata sottoposta a perizia per verificare la sua idoneità ad allevare e crescere i suoi figli.

Barbara è stata periziata, si sono svolti due soli incontri, in cui è stata osservata mentre giocava con i suoi figlioletti.
Ha giocato con i birilli, è stata costretta a giocare con i birilli assieme all’ex marito, naturalmente con i figli.

Evidentemente il marito ha giocato meglio di lei, che invece ha avuto l’ardire, mentre era esaminata, di prendere in braccio suo figlio per consolarlo durante un pianto, o di accarezzare l’altro…

In base ai risultati della perizia, un giudice ha dichiarato Barbara inidonea a crescere i suoi figli perchè “il rapporto simbiotico e il legame troppo profondo…potrebbe creare un impasse evolutiva” nei bambini.

In parole povere Barbara rivela un eccessivo attaccamento ai suoi figli.
Meglio quindi il padre, più idoneo lui.

Barbara perciò si è ritrovata da un giorno all’altro senza figli, con un dramma affettivo impressionante, sola a lottare contro tutti.

Perché quando c’è una sentenza in tal senso, è difficile trovare solidarietà.
Tutti credono che se un giudice ha deciso così, lo ha fatto perché assolutamente certo della verità e con in mano delle prove al di sopra di ogni possibile rivendicazione.
Barbara, giornalista, non ha trovato nessuno dei suoi colleghi che la sostenesse, nessuno che si curasse di aiutarla, di raccontare il dramma delle madri senza figli dei figli senza madri.

Il dramma nel dramma: nessuno che si curi di queste madri coraggiose e di questi figli che subiscono l’absurdum.
Nessuno che ascolti…

FLO


Se mi soffermo a guardare
negli occhi della mia mamma
vi scorgo uno stagno incantato.
Attorno s’innalzano gli alberi
e un’isola un poco confusa
circonda le limpide acque.
Potessi io volger la prua
della mia povera barca
verso quelle acque silenti!
I pesci più rari vi nuotano
e uccelli preziosi sugli alberi
dell’isola a me tanto cara
innalzano canti di giubilo.
Se mi soffermo a guardare
negli occhi della mia mamma
vi scorgo uno stagno incantato.

Poesia popolare Giapponese

E’ quella che ha fatto i figli; nessun’altra potrà sostituirla, perché la mamma è un episodio assolutistico-esistenziale: fisico, psichico, morale, spirituale ed eterno, cioè incancellabile di se e dei propri figli.

Qualsiasi altra persona che sostituisse la eventuale scomparsa della madre: sarebbe semplicemente un surrogato, e comunque un’altra realtà, radicalmente diversa dalla vera madre.

E`molto importante che la madre sia cosciente di questa specifica ed insostituibile identità di se; infatti la coscientizzazione è affermazione di se. Quando ha messo al mondo la sua creatura, era intenzionata che ambedue vivessero più a lungo possibile, per continuare a farla crescere e maturare, continuando quel processo di vitalizzazione incominciato all’interno del proprio utero.
Ogni buona coscientizzazione è soffio di vita, come purtroppo una cattiva coscientizzazione è distruttiva della vita.

Lei: autrice della vita, continuando a vivere assieme, descrive un lungo poema di inno alla vita.“Quando sarò grande, sarò anch’io come mia mamma”. È l’ideale spontaneo che, molto presto, ogni tenera creatura rivolge a se stesso, trovando nella madre la propria immagine di vita. Come anche ogni madre si identifica con il proprio figlio, che incarna e incarnerà in se tutti i valori più belli e più importanti della vita.

Anche la Madonna-Mater Dei svolge il proprio compito di maternità verso il proprio Figlio e Figlio di Dio, con la cui Divinità miracolistica si identifica, organizzando il miracolo delle Nozze di Cana, affermando “fate quello che Lui vi dirà”(Giovanni 2,5) e Lui stesso si identifica con Sua Madre accettando il suo invito a compiere il primo miracolo.Il fatto stesso che Dio abbia scelto di avere una Madre è la più grande esaltazione ed affermazione della grandezza e della essenzialità di una madre.

Questa essenzialità dura e durerà per tutta la vita, e l’immagine di Lei, fisica e mentale, costituisce il modello di vita che ogni figlio vorrà e dovrà vivere, perché questo modello è costituito da tutti i valori insiti nella infinità della vita.

Non sarebbe naturale che una madre mettesse al mondo un figlio perché fosse disonesto, delinquente, perché soffrisse, facesse un qualsiasi male, ecc. Questa eventuale assurdità solo patologica. Cioè le madri hanno il compito di continuare a fare crescere i propri figli, affinché scelgano una qualità di vita bella e onesta, possibilmente anche migliore di quella che hanno vissuto, o stanno vivendo loro stesse.

Dr. Giovanni Basso-psicologo


Il bambino è sempre in simbiosi con la mamma e soprattutto la mamma deve essere in simbiosi con la sua creatura.

È un grosso errore dichiarare che il figlio, crescendo, si stacca, o deve esistenzialmente staccarsi dalla madre. Come sarebbe una grande mutilazione su di se e sulla propria creatura: qualora la madre si staccasse dal figlio; infatti nel momento in cui la donna diventa madre amplia eternamente la dimensione psicofisica del proprio io, lei non sarà più individuo, né persona singola. In lei avviene quello che è avvenuto nel rapporto Madonna-Gesù Cristo che, incarnandosi e anche morendo: ha continuato ad essere Figlio di Dio.

È accaduto che la Madre di Gesù, dal momento dell’annunciazione della sua maternità fattagli dall’Angelo Gabriele, è diventata eternamente “Mater Dei”, confermandosi tale anche quando muore in Croce, quando è nel Sepolcro e quando ascende in Cielo, e il Cristo incarnandosi ha continuato ad essere in simbiosi con Dio Padre e Dio Spirito Santo.

Pertanto la perdita, o l’assenza, della madre rappresenta una grave mutilazione del gruppo madre-figlio/a. Infatti madre-figlio hanno incominciato la vita (lei come madre, lui come figlio), sono cresciuti fisicamente, psicologicamente e spiritualmente insieme.
Il padre non ha mai cominciato a vivere legando la sua vita alla vita del figlio e non è mai cresciuto assieme al figlio; cioè: non è mai esistito un rapporto simbiotico padre-figlio.
Non c’è simbiosi tra padre-figlio, anche se nel figlio c’è sempre della mascolinità anche nella bambina, come c’è della femminilità anche nel bambino.

Pertanto una crescita corretta ed onesta dei figli dovrebbe avvenire attraverso la concrescita con la figura materna, e l’ideale sarebbe che la madre fosse una buona madre, perché la sua creatura sia una buona e bella creatura, poiché la naturale tendenza del bambino è l’imitazione del modello materno. Purtroppo esistono anche delle brutte figure materne, che alterano la crescita dei propri figli.Come esistono anche dei buoni padri che, volendo tanto bene ai propri figli: sono onestamente invidiosi della madre, che ha potuto creare la vita con una partecipazione a loro non possibile.

Qualora la madre mancasse: la sua tenera creatura orfana risente di una grave carenza esistenziale, che solo in parte può essere compensata dallo stesso padre.

È anche vera l’affermazione che” i figli non sono di chi li fa, ma sono di chi li cresce”, ma si tratta sempre di un rapporto compensativo, che non riempie tutto il vuoto esistenziale causato dalla perdita della madre; permane una parte significativa di vuoto affettivo, come è confermato dai problemi affettivi che hanno sempre tutti quelli che sono diventati orfani di madre in tenera età. Niente e nessuno potrà sostituire o compensare la pienezza affettiva ed esistenziale di una madre.

Perciò una buona madre adottiva deve essere cosciente che sarà sempre un po’diversa e inferiore alla madre vera della creatura che ha adottata.

di Giovanni Basso, picologo, psicoterapeuta


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