Mamme Coraggio

il giorno 8 ottobre, ho partecipato ad un convegno a Roma, nella bellissima cornice di Palazzo di Mattei di Paganica, a piazza della Enciclopedia Italiana, uno dei luoghi più suggestivi del quartiere ebraico di Roma.

Il convegno è stato organizzato dal Movimento per l’Infanzia e dall’Associazione 21 Luglio, i cui presidenti sono rispettivamente l’avv. Andrea Coffari e Carlo Stasolla, che mi pregio di conoscere e di cui ho potuto apprezzare l’impegno e la passione nel difendere strenuamente, mettendo in gioco la loro stessa vita, i bambini che hanno bisogno d’aiuto.

Il tema del convegno mi interessava fortemente:“QUANDO L’ASCOLTO E’ UN DIRITTO”.

Quando sono arrivata, la sala era già gremita e tutti i posti occupati. Un centinaio di persone, credo.

I relatori erano tutte persone di spessore, ed erano presenti anche autorità del mondo giudiziario, quali ad esempio la dott.ssa Montaldi Presidente del Tribunale d’Appello minorile , il PM della Procura di Roma, dott.ssa Montenapoleone (di cui si sentono grandi cose) e il dott. Francesco Alvaro, Garante per l’Infanzia Lazio.

Gli interventi sono stati tutti molto interessanti, a partire da quello di Carlo Stasolla, che ha introdotto il tema della serata, ricordando che troppo spesso si dimentica che uno dei diritti fondamentali del bambino è l’ascolto, ascolto che noi adulti abbiamo enormi difficoltà a riconoscere come basilare e a garantire in ogni ambito ed occasione.

Sulla carta il diritto all’ascolto del minore è ben radicato, con gli importanti riconoscimenti nella Convenzione per i diritti dell’Infanzia di New York del 1989 e nella Convenzione di Straburgo del 1996.

Nella realtà, in questo caso nella realtà italiana, tali Convenzioni internazionali non hanno trovato, né trovano terreno fertile e rimangono pura carta straccia, a causa di una scarsa cultura minorile in sede giudiziaria ed anche a causa della scarsità di figure professionali realmente preparate a tale compito. Di fatto, l’ascolto del bambino avviene in maniera facoltativa e spesso non se ne comprende la necessità.

Il minore viene considerato alla stessa stregua di un minorato, e quindi sono i grandi, quelli che pensano di avere tutte le capacità e competenze per arrogarsi tale diritto, a decidere.

Non è quindi necessario ascoltare il bambino…il grande sa cosa sia buono per lui.

In campo giudiziario, questo modo di procedere,conduce purtroppo a distruggere il minore, a togliergli il diritto fondamentale che ogni persona deve avere: difendersi e far sentire la propria voce, raccontare le proprie esigenze e necessità.

Proprio a supportare la necessità di tutelare l’infanzia attraverso lo strumento privilegiato dell’ascolto, Roberta Lerici, che si occupa del Movimento per l’Infanzia Lazio, ha letto una delle tante lettere a lei pervenute, di una madre disperata, perché i suoi due figli, allontanati da lei e portati in una casa famiglia perché è stata loro diagnosticata la PAS, nonostante le denunce nei confronti del padre abusante, sono ora costretti ad andare con lui i fine settimana con il bollo ed il beneplacito del Tribunale dei Minori.

Questo è grave, questo è assurdo, questo è aberrante.

Questo è solo uno dei tanti errori giudiziari provocati da una sindrome, la PAS, che non esiste, che è stata importata nei tribunali, senza alcuna garanzia di veridicità da parte della psichiatria internazionale, e che sta distruggendo l’infanzia di molti bambini.

I bambini in questione non sono stati ascoltati in maniera adeguata, non sono stati creduti e sono stati quindi rimessi nelle mani di colui che era accusato di essere un orco.

Mi domando, da persona che crede di usare un poco di sano buon senso…ma nel dubbio, non è il caso di agire con la massima prudenza e propendere per una tutela del bambino attraverso la negazione degli incontri col padre, presunto abusante?

Anche nel dubbio?

Io ritengo assolutamente sensato solo questo modo di procedere.

Sembra che non tutti siano d’accordo con me, a giudicare dalle numerose sentenze, in varie parti d’Italia che, in nome di un rapporto col padre che va sempre garantito, permettono gli incontri col padre stesso, anche quando i figli si rifiutano ed anche quando c’è il sospetto o più di un sospetto che il genitore sia abusante.

Il problema è che, anche quando i bambini vengono sentiti, in realtà non vengono ascoltati.

Deve essere assolutamente frustrante per un bambino non essere creduto ed essere invece considerato un minorato non in grado di distinguere la fantasia dalla realtà.

Anche Andrea Vitale, Psicologo, psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Psicologia del deficit parentale e Docente alla scuola di specializzazione in Psicologia clinica, ha fatto un ottimo intervento , partendo dagli studi della svizzera Alice Miller, soffermandosi sui traumi infantili, un tema di grande interesse ed un campo di studio ancora in fieri.

MI vorrei soffermare però sugli interventi del dott. Luigi Cancrini, Psichiatra psicoterapeuta, Direttore scientifico del centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e dell’avv. Andrea Coffari.

L’analisi dello psichiatra in questione è stata emozionante ed ha offerto spunti di riflessione proprio a partire dagli aspetti critici del problema, che è stato in grado di porre in evidenza con grande coraggio.

Egli afferma infatti che l’ascolto del minore che ha subito un trauma, richiede competenza a livello psicoterapeutico,richiede  una particolare sensibilità e predisposizione per l’ascolto letterale e per la comunicazione gestuale del bambino (il famoso linguaggio del corpo), richiede inoltre attenzione per l’emozione che suscita in chi l’ascolta.

Tutte queste capacità sono difficili , allo stato attuale da incontrare e riconoscere nelle figure professionali che si occupano dell’ascolto dei bambini nei tribunali.

Luigi Cancrini ha avuto il coraggio, per alcuni l’ardire, di confessare ad alta voce che il livello di preparazione di chi ascolta i bambini, il livello dei periti è assolutamente non accettabile in moltissimi casi.

Mentre la professionalità e l’esperienza dovrebbe essere massima proprio perché è in gioco la vita del bambino .

Non è infatti concepibile quanto accade nei nostri tribunali, non è ammissibile che vengano chiamati a periziare un minore giovani psicologi inesperti, senza alcun possesso del diploma in psicoterapia.

Non è concepibile, peraltro, che i periti lavorino in assoluta solitudine, senza il confronto di uno o più colleghi.

Non è concepibile che non vengano videoregistrati i colloqui con il minore.

E non finisce qui.

Lo psichiatra Cancrini affonda un altro coltello nella piaga della malagiustizia minorile, sollevando un  problema fortemente sentito: non è possibile, per un perito  serio, in pochissimi incontri, forse due, poter giungere a dare un giudizio  motivato ed attendibile sul minore, né in un senso, né in un altro.

L’ascolto del bambino richiede tempi che non sono quelli dei tribunali, richiede che avvengano presso centri di grande esperienza, per poter costruire una relazione di fiducia col bambino stesso.

Insomma, mancano norme chiare su come si conduce l’ascolto del bambino ed avvengono ingiustizie aberranti.

Bisogna avere il coraggio di USCIRE DAL SILENZIO, perché l’ascolto del minore è una problematica della società civile attuale.

Quando un bambino dà segnali di sofferenza, non dobbiamo tappargli la bocca e fingere di aver capito male.

Bisogna ascoltare, ascoltare veramente il bambino.

Vi assicuro che l’intervento di Luigi Cancrini è stato di alto livello, non perché abbia finalmente udito dalla viva voce di un esperto, quello che chi vive le problematiche minorili riconosce ogni giorno sul campo, ma perché mi è parso importante che ascoltassero queste parole veritiere e sentite, giudici, psicologi ed esperti presenti in sala in modo da  divenire veicolo presso i propri colleghi e  portatori di una nuova cultura: la cultura del bambino.

L’intervento dell’avv. Coffari non è stato meno incisivo e portatore di novità rispetto alle tematiche affrontate.

Devo dire che lo si è ascoltato con grande partecipazione e non era possibile non emozionarsi quando ha portato all’attenzione dei presenti, alcune  storie veri di bambini che vivono in case famiglia, a causa di sentenze in molti casi discutibili.

L’avvocato ha iniziato la sua discussione affermando che a monte della questione sul diritto all’ascolto c’è un sistema di approccio errato, che lui chiama ADULTOCENTRISMO.

Tale termine sta a significare che il punto di vista da cui si parte per la comprensione del vissuto del bambino, non è il bambino stesso, ma l’adulto.

La realtà cioè viene decodificata ed interpretata sempre a partire dalla visione  dell’adulto, partendo dai suoi valori di riferimento, dai suoi principi, dalle sue valutazioni, dai suoi modelli, dalle sue norme e dai suoi convincimenti preordinati.

L’adulto è al centro di tutto.

Mentre, quando si parla di infanzia, di diritto all’ascolto, il cuore dovrebbe essere il bambino stesso.

L’adulto dovrebbe quindi imparare a guardare al bambino partendo dal bambino, dal suo linguaggio, dai suoi gesti, dalle sue emozioni, dal suo vissuto….

Anche in ambito giuridico, pendono sul bambino delle sentenze dall’alto, come la spada di Damocle, senza che il bambino stesso abbia potuto avere garantiti i suoi diritti, senza che siano tenuti in alcun conto le sue necessità.

E tutto qesto avviene senza rendersi condo di giungere spesso a decisioni disastrose per il bambino, senza alcuna malafede, ma solo perchè il punto di partenza è sbagliato: l’adultocentrismo.

Adultocentrismo che porta a porre in evidenza alcune tematiche sicuramente importantissime ed a considerare minoritarie altre tematiche.

L’avvocato Coffari ha fatto alcuni esempi partendo dalla pena di morte, altamente sentita nel mondo degli adulti.

Sono circa 500, infatti, le persone che ogni anno muoiono attraverso questa tortura e se ne parla, se ne discute, si litiga, si fanno comizi in tutto il mondo, giustamente, peraltro.

Ma dei 50.000 bambini che vengono ammazzati ogni anno, dei 300.000 bambini soldato, delle centinaia di minori che vengono impiegati in lavori altamente usuranti….di loro chi ne parla?

Chi da loro voce?

Chi combatte per loro strenuamente?

Chi va oltre un reportage, un servizio televisivo?

Chi smuove il mondo per questi piccoli?

Pena di morte: 500 persone circa l’anno.

Bambini ammazzati, e violati nei loro diritti: migliaia e migliaia….e non ci sono sanzioni, non esistono moratorie verso quegli stati che si macchiano di tali nefandezze.

Adesso capite cosa sia l’adultocentrismo di cui parla l’avvocato?

Adultocentrismo che per esempio, nel mondo occidentale, si ritrova nella rimozione ipocrita della violenza sessuale dall’immaginario collettivo.

Lo si fa anche attraverso l’ipotesi sempre più acereditata, ingiustamente, dei falsi abusi.

Eppure In Italia sono state effettuate due indagini, una condotta dal prof. Pellai, del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Milano,nel 2001, l’altra effettuata dall’Associazione SOS Infanzia, in collaborazione col Movimento per l’Infanzia, nel 2005, sottoponendo un campione elevato di studenti delle scuole superiori.

Le ricerche sono giunte alla conclusione che su circa 1200 studenti, circa il 10% di loro ha dichiarato di aver subito abusi durante l’infanzia.

Le ricerche sono serie e verificabili e quello che riportano è allucinante…tantissimi ragazzi violati.

Poiché i dati servono per aiutarci ad interpretare la storia, la realtà in cui viviamo, se ne può ragionevolmente dedurre che la violenza sui bambini è un fenomeno sociale serio e preoccupante.

Esiste cioè, una violenza sommersa, non elaborata, che conduce a traumi devastanti per i ragazzi stessi e che devasteranno a loro volta, altre persone.

Esiste quindi una catena di violenza che si può spezzare solo rompendo il silenzio: la violenza sessuale sui minori esiste e non va nascosta, va invece denunciata.

Alte indagini compiute a livello internazionale, hanno dato all’incirca la stessa percentuale di ragazzi abusati.

Eppure, coloro che dovrebbero conoscere tali dati, giudici, avvocati, operatori vari, non ne sanno quasi nulla.

Questi dati non fanno notizia, non vengono diffusi, o meglio, non vengono pubblicizzati.

Perchè tutto questo fa paura agli adulti stessi.

Perchè questo è un problema che la collettività vuole rimuovere.

A tal riguardo, aproposito della rimozione, questo accade spesso alivello personale.

L’avvocato ha raccontato di essere stato avvicinato da un’assitente sociale, al termine di una sua conferenza, la quale era conosciuta per la  durezza con cui si confrontava con i bambini , che non venivano da lei creduti se raccontavano di aver subito abusi.

Ebbene tale assistente sociale ha confessato all’avvocato di avere questo tipo di atteggiamento nei confronti dei bambini, perchè non aveva mai accettato, negandolo perfino a se stessa, di aver subito abusi nell’infanzia.

L’avvocato Coffari ha raccontato con grande commozione questo episodio, ricordando che, per ascoltare il bambino, bisogna innanzitutto parlare del bambino dentro di noi.

Moltro altro è stato detto al convegno, molti altri pregevoli interventi.

In genere, lo confesso, mi annoio ai convegni.

Importanti docenti, professori, esperti parlano degli argomenti loro affidati, spesso senza passione, senza reale desiderio di mettere in comune la propria esperienza e competenza.

Gli interventi sono spesso logorroici, ripetitivi, noiosi direi….

La maggior parte delle volte quindi, rimango delua, perchè dai grandi personaggi mi aspetto di ascoltare cose grandi….

Stavolta non è stato così, il convegno mi è piaciuto e soprattutto mi ha arricchito.

Direi che le parole dei relatori hanno lasciato nel cuore di chi ascoltava, il desiderio di conoscere e capire, ma anche tante domande irrisolte….

E per cambiare quello che non va nella realtà, si parte sempre dalle domande e dai quesiti….

Almeno così credo.

Tra le persone presenti nella sala, c’erano alcune mamme, che combattono la dura battaglia per far sì che, i propri figli, a cui è stata diagnosticata la PAS e quant’altro, vengano ascoltati da persone adeguate e competenti.

Mamme coraggio, che lottano in prima linea per salvare i propri bambini,  per consentire loro di esercitare il proprio primario diritto:

il diritto all’ascolto.

Flo

Sono sei mesi che scrivo su questo blog.

Non c’è pagina che io abbia scritto che non sia macchiata del sangue di donne o bambini.

E pensare che io odio il rosso e mi piace solo quello delle decorazioni natalizie, dei cuoricini e delle rose.

E pensare che quello che mi riesce meglio è scrivere di cose divertenti assai.

E pensare che ciò che mi piace è ridere e far ridere.

Non avrei mai voluto scrivere di Sara Scazzi, vergando di rosso un’altra pagina.

Neanche ora vorrei, sono stanca…stanca di vedere belle ragazze, giovani, fragili, romantiche, con una vita di sogni da realizzare, con le ali spezzate dalla violenza omicida, senza senso e senza umanità.

Stanca…vorrei non avere occhi, non avere udito, non avere voce.

E invece gli occhi li ho, ho un udito niente male e parlo sempre tanto.

E quindi non posso esimermi. Purtroppo il mondo delle favole non esiste, la realtà è spesso dura e va affrontata.

Sara…di lei hanno scritto tanto, non tutto, perchè nelle prossime ore le notizie saranno date a raffica, usciranno ufficiosamente i verbali degli interrogatori effettuati dagli inquirenti e non si parlerà di altro per giorni…

Fino al prossimo efferato delitto.

Fino alla prossima ragazza…

Lo ammetto, stasera sono un pochino pessimista, ma mi sembra che non sappiamo leggere la storia e non sappiamo trarne insegnamento.

Non sappiamo cogliere i segnali, non siamo attenti a ciò che ci circonda, non sappiamo educare i giovani a non temere di chiedere aiuto, a non aver paura di raccontare la verità, anche se dolorosa.

Sara è morta in un paesino della Puglia, viveva in un ambiente semplice e conduceva una vita simile a quella di tanti altri ragazzi.

Era  una ragazza di sedici anni piena di sogni, di fantasia, fragile, con un rapporto familiare non facile, con una difficoltà relazionale con la madre, cosa che accade spesso a quell’età.

Sognava di allontanarsi dal suo paese, aveva tanti divieti a cui doveva sottostare e desiderava invece una vita senza segnaletica.

Normale questo…anch’io a sedici anni sognavo di andare lontano, molto lontano, di essere  l’unica artefice del mio destino…

Normale questo…e normale che lo avesse scritto sul network, come fosse un diario segreto.

Dal momento della sua sparizione tutti hanno pensato a qualcuno che, percorrendo il filo del web, fosse venuto da molto lontano per farle del male.

E’ stata questa la pista più scandagliata dall’inizio, nonostante la madre, forse intuendo, chiedeva di cercare nell’ambiente in cui vivono.

E purtroppo l’amara verità: un orco in questa storia c’è, ha ucciso Sara.

Ma non è venuto da lontano.

L’orco è suo zio.

Colui che l’ha strangolata, sembra per abusarne, è un familiare che lei frequentava abitualmente.

La verità era sotto gli occhi…ma il cuore , la ragione come potevano accettare questa tragica orribile verità?

Gli occhi non riescono a vedere lì dove il cuore si chiude: perchè è impossibile accettare di essere traditi da uno che dovrebbe amarti.

E’ pazzesco…l’assassino è quasi sempre uno della cerchia familiare.

Ed ogni volta, ad ogni delitto, è sempre la stessa storia…si cerca lontano, si trova vicino…

Rivedere, a posteriori, oggi, dopo aver saputo la verità, le interviste fatte allo zio nei giorni scorsi, mette i brividi: un uomo che piange per la nipote, che parla come se fosse in ansia per la sua sorte, che rivela una personalità multipla.

Come Mario Alessi, l’assassino del piccolo Tommaso, che piangeva durante un’intervista e diceva che era orribile ammazzare, che i bambini sono angeli e non vanno toccati. Come tanti altri assassini che riuscivano a nascondere, con le parole e gli atteggiamenti, i loro delitti.

In effetti, quando qualche giorno fa, ho saputo che lo zio di Sara aveva ritrovato il suo telefonino, una lampadina mi si è subito accesa.

Vui vedere, ho detto, che è lui l’assassino?

Un uomo mite, un  sempliciotto, ho pensato vedendolo in televisione durante un’intervista…un uomo che raccontava troppo…troppi particolari, come a giustificarsi.

L’orco non appare mai con la faccia da demonio, altrimenti sarebbe facile riconoscerlo.

L’orco si veste da pecora.

Avete mai conosciuto un assassino, un colpevole che si denuncia?

Io no…anzi.

Pochi giorni fa, una mia amica mi raccontava che prima di entrare in una udienza per cui era convocata con il suo ex coniuge, è stata avvicinata da quest’ultimo il quale  le ha sussurrato all’orecchio con voce spaventosa: “Ti distruggerò”.

E in effetti davanti al giudice civile ha saputo atteggiarsi da pecorella, ha saputo porre in scena una recita da grande attore.

Ed il giudice, udite udite, c’è cascato con tutte le scarpe.

Per fortuna l’ex proprio ieri è stato smascherato in un processo penale e condannato per violenze sulla moglie…e quindi i dati oggettivi riusciranno a convincere il giudice civile che è stato proprio un ingenuo a farsi abbindolare pochi giorni prima.

Il colpevole sa anche mentire, mente bene e potrebbe non essere smascherato.

Anche lo zio di Sara pensava di farla franca.

Così non è stato, grazie alla bravura degli inquirenti che non hanno mangiato la foglia, alle interviste televisive dei giornalisti che sono state materia di studio per esperti in psichiatria.

L’assassino nei gialli di una volta era sempre vicino, era sempre il maggiordomo.

Ora la cronaca nera, invece, ci insegna che l’assassino è da cercare tra i familiari.

Amara, dolorosa, inaccettabile, inconcepibile verità….

Addio Sara…

Flo

Quando, pochi giorni fa, di prima mattina, leggendo i giornali al solito bar, ho appreso che negli USA era stata uccisa, con una condanna a morte, Teresa Lewis, rea di aver assassinato il marito, il mio pensiero è andato immediatamente a Sakineh. Ho pensato:

-Oddio, allora Sakineh è di nuovo in pericolo! –

Di Sakineh, l’iraniana, tutti conosciamo il dolce volto, che ha percorso il filo di fsb e le campagne in suo favore sui manifesti delle città.

Sakineh, accusata di adulterio e poi di concorso in omicidio del marito (ma l’ultimo capo di imputazione pare inventato per giustificare agli occhi dell’occidente la sua condanna a morte), sarebbe dovuta morire per lapidazione.

Sakineh era destinata ad essere sotterrata fino al petto ed incappucciata. Uomini scelti le avrebbero sfilato davanti per colpirla a morte. Avrebbero usato pietre ben levigate per l’occasione, né troppo piccole, né troppo grandi, per procurare la morte né troppo presto, né troppo tardi.

Questi uomini scelti, avrebbero portato a termine con onore il proprio compito, avrebbero lavato l’onta dell’adulterio.

Avrebbero…perchè la campagna di informazione, la giusta condanna di tale atto da parte dell’Europa occidentale tutta, ha fermato la mano iraniana.

La condanna a morte infatti è stata sospesa, con grande sollievo di tutti.

Sollievo che diviene dolore se si pensa che la povera donna, bella come un angelo, rimane in prigione e sicuramente sarà proprio mal ridotta, un’ombra della sua antica grazia.

E quel timore per la vita di Sakineh che ho avuto poche mattine fa, è divenuto orribile realtà.

Il Procuratore Generale iraniano, ha informato l’opinione pubblica che Sakineh non verrà più lapidata, ma morirà per impiccaggione.

Capirai che bel cambiamento! Di male in peggio…una bella corda al collo…una morte terribile alquanto…

E stavolta, avvisano dall’Iran, gli organi giudiziari non saranno influenzati dalla campagna occidentale.

Il figlio stesso, che cerca disperatamente aiuto per salvare Sakineh, informa la stampa che tra due settimane la condanna verrà messa in atto.

Ora l’Occidente ha le mani legate. L’Iran, dopo aver visto che negli USA avvengono le pene di morte, senza che l’Europa infierisca più di tanto, rivendicano i loro diritti alla pena di morte.

Pena di morte alle donne. Pena di morte a Sakineh.

Credo che stavolta le donne occidentali possano fare poco, anche se spero faranno tutto.

Se non si muovono le donne iraniane, tutte insieme, credo che per sakimeh non ci sia speranza.

E con Sakineh moriamo un poco anche noi donne occidentali.

E con Sakineh di sicuro muore anche un poco di me.

FLO

Scrivo sotto l’onda della delusione cocente, perché un gruppo di persone, familiari di donne uccise in maniera barbara dai loro compagni, i quali girano, dopo una condanna dannatamente breve, per le loro città, liberi come l’aria, hanno cercato di organizzare delle manifestazioni nella capitale ed in altre città d’Italia,  per far udire la loro voce e chiedere la certezza della pena per gli assassini.

Ebbene, per vari motivi, le manifestazioni non sono proprio partite…soprattutto non si è trovato il magma, la giusta sensibilità...insomma non ci sono state tante adesioni…si rischiava di andare in un gruppuscolo sparuto con i cartelloni a coprire i pochi…

Che tristezza.

A Roma, quando arrivano i sindacati, le piazze si riempiono che è una bellezza…tutti reclamano (giustamente) un tenore di vita migliore…accalcati uno sopra l’altro, gli slogan in bocca, le bandiere al collo, non riesci a passare in bici neanche se fai la gincana.

Ma se c’è da dare solidarietà alle vittime di ingiustizie…guardate lo vedo spesso qui davanti a Montecitorio, quasi ogni giorno…quattro gatti.

E qualche giornalista che passa di lì per caso, getta una domandina giusto per pietà.

Vittime: ma chi sono?

Che vogliono? Che cercano? Che chiedono?

Perché non serrano la loro bocca invece di raccontare le loro raccapriccianti esperienze?

Perchè girano per le città, vanno a lavorare, magari al cinema o a tentar di trovare cose divertenti da fare?

Perché esistono?

Penso ad una splendida donna, splendida davvero con quel suo sorriso impertinente, con quella sua voce squillante e chiacchierina.

Una donna di nome Francesca Baleani, che mi onoro di chiamare amica, che qualche anno fa, fu quasi uccisa barbaramente dal suo ex marito, una persona di tutto rispetto per i più, direttore artistico dell’arena della sua città.

Picchiata a sangue, portata come un sacco fuori di casa, senza che nessuno si accorgesse di nulla…strano…gettata come spazzatura tra la spazzatura, perchè creduta morta.

Ma quella donna che non meritava di vivere perché cercava una nuova dimensione, una nuova indipendenza, libera dai legacci di un uomo che si era rivelato per quello che non sembrava, quella donna, dicevo, non era destinata a morire.

Un angelo, Andrea, un giovane, che passava lì vicino, per caso, per puro caso (se così vogliamo chiamarlo, ma io non credo al caso), perchè sarebbe dovuto essere da tutt’altra parte, sentì flebili lamenti provenire dal cassonetto…si avvicinò pensando forse di scoprire un animaletto.

Quello che trovò, io non riesco neanche a immaginarlo…

Francesca si è salvata, la sua tomba rimarrà vuota per molto tempo, Francesca ora è viva.

Ma ha combattuto per rinascere, per riacquistare tutto di sé, la parola, i movimenti, la forza, la bellezza, la volontà.

Anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Soprattutto ha duto recuperare la volontà, perché Francesca vuole vivere…chissà, dopo tanto dolore, cosa le regalerà il futuro…come minimo mi aspetto per lei un mare di felicità travolgente.

Chissà…

Intanto, il mancato assassino, che ha ricevuto la condanna a nove anni e quattro mesi di reclusione e che dovrebbe risiedere presso una comunità per scontare la pena, gira indefessamente per la città, vaga vicino alla casa dei parenti di Francesca e forse…potrebbe pure pensare di farle una visitina di cortesia, così, giusto per capire di che pasta è fatta quella donna che non ha voluto proprio morire.

Non si capisce perchè giri libero, ma non si capisce perchè sia stato affidato ad una comunità. Forse per recuperare la sua anima?

Bèh, sarei d’accordo, ma prima penso che dovrebbe scontare la sua pena e poi, dopo, parlandone un poco, si potrebbe decidere per la sua povera anima.

Un uomo che non ha chiesto mai perdono.

Un uomo, che la sua città, Macerata dovrebbe condannare, e che invece protegge.

Un uomo di cui qualcuno ha detto, che ha compiuto il gesto efferato per troppo amore.

C’è qualcosa che stona in tutto questo.

Il carnefice diventa vittima e, poverino deve scontare la pena…ma perché in fondo…Francesca neanche è morta, perchè deve stare in carcere…è stato un momento d’ira…

Falso buonismo, falso moralismo, falso cristianesimo…

La vittima, Francesca, diventa ingombrante, dovrebbe fare meno storie, stare di più al suo posto, fa una brutta pubblicità alla città.

Per fortuna Francesca può sopportare tutto questo perché ha una famiglia meravigliosa ed amici che la supportano e l’appoggiano.

Vittime: dovrebbero essere protette, ascoltate, amate.

Dovrebbero essere al centro della nostra compassione.

Cum-patire, patire insieme, nel senso che il peso dell’uno diventa il peso dell’altro, perché la sofferenza diventi più sopportabile…

Vittime lontane, sconosciute, i cui sguardi, le cui parole feriscono la nostra sensibilità e lasciano un vuoto di domande inespresse.

E quante vittime, mentre ci addoloriamo per quelle che ci presentano i giornali, ci vivono accanto e magari non le riconosciamo come tali.

Vittime che hanno i colori dell’infanzia…dove ogni gesto costruisce un pezzo di umanità. O lo distrugge.

I bambini che le maestre crescono ogni giorno, al sicuro delle aule scolastiche, che portano i lividi delle percosse, che chiudono in se stessi le loro paure, che nascondono dietro ad una cortina di ferro, orrendi segreti.

E quando la barriera si frange…esce un fiume purulento che non si vorrebbe riconoscere.

I giovani, che coprono dietro i segni della loro trasgressione esteriore, l’insicurezza e la rabbia, le lacerazioni e gli inganni dei grandi.

Quando, a certe ore, passo a Piazza del popolo a Roma, magari di sabato, mi sembra quasi di attraversare un girone dantesco infernale e l’amaro che mi lascia me lo porto dentro per un pò… e non passa neanche quando arrivo a Piazza di Spagna in mezzo ad un mare di persone allegramente in vacanza e con la macchinetta digitale incorporata all’occhio….neanche quando entro nel mio negozio preferito.

Girone infernale.

Tanti, tanti giovani, che come un tam tam, si cercano e si richiamano da ogni parte della città, per incontrarsi lì, tra le tre chiese più famose di Roma, dove se entri rimarresti in estasi a guardare Caravaggio…per ore, ve lo assicuro.

Un mare di nero, di borchie, piercing, a centinaia, a ferire il corpo, le braccia segnate dalle lamette, catene da tutti i pizzi, capigliatura lasciata da un lato lunga, dall’altro rasata a zero…creste che, per farle rimanere lì, ci vorrà ogni mattina una seduta di tre ore, occhi dipinti di rosso intorno, o di nero…

Ai demoni del nostro immaginario collettivo, questi giovani gli fanno un baffo…

Potrebbe essere una scena di carnevale, ma un carnevale noir, molto noir…che si ripete ogni giorno…per ore ed ore.

Emo, truzzi, dark, metallari, schene queen, punk, gothik, lolita, poser cospleyer, rapper, gabber, zecche, brutallari, psycko, alternativi, chi più ne ha più ne metta…forse ne manca qualcuno…e pensare che io conoscevo solo i pariolini e le zecche col montgomery.

Giovani che non solo mettono in scena la morte dello stile, della bellezza e della classe, con una crudezza esasperante, ma che, annebbiati dall’alcol e  dalle droghe, ti guardano passare attraverso i loro occhi spenti e neanche hanno la forza di manifestare il loro disprezzo e il loro giudizio.

A volte però, la vita ti porta a conoscere più a fondo qualcuno di quei giovani e, se hai occhi per vedere, se ti levi la maschera del ribezzo e del giudizio, scopri che dietro quel vestito di scena, c’è un’anima che palpita e che si cerca disperatamente, che forse non ha mai conosciuto l’amore…e se hai pazienza, se il tuo interesse supera la iniziale curiosità per i fenomeni da baraccone, ti senti dire che sei  una sporca borghesaccia, una che gira col naso in sù, ma che, in fondo, non sei poi così male…

Puoi scoprire che magari sanno scrivere, che hanno dei sogni che neanche loro conoscevano, di cui neanche si ricordavano la presenza…sogni…che sono? ti chiedono…ed io …vai lì sotto al fiume…guarda passare le anatre, rimani a d osservarle, guarda la corrente, porta via tutto, guarda …guarda..e lasciati guardare…

Guarda e lasciati guardare.

Puoi scoprire che puoi insegnare loro che possono buttare fuori le emozioni…scrivendo, disegnando, non è importante, libertà, libertà.

A volte scrivono ed esce il dolore, e tu non vorresti sentire, non vorresti vedere…ma senti, ma vedi. E quel dolore devi accoglierlo…compassione…cum-patire…patire insieme.

E imparare che la sofferenza tutta, anche la più orrenda, quella che la puoi solo accennare per non morire, la puoi scavalcare, metterci i piedi sopra come su un cadavere, per passare oltre…per imparare a guardare il mondo, per imparare a cercare la speranza…a cercarla se questa non è in te.

Vittime.

Mentre scrivo  ricordo, or ora, chissà perchè , il mio cane, morto da tanto tanto tempo…Rin.

Rin come Rin Tin Tin che da piccola mi piaceva da morire e che la notte lo sognavo.

Ebbene, avevo dodici anni, tornavo da scuola con mio cugino e vidi in mezzo alla strada, ferito e lacero, un cucciolo, un piccolo pastore tedesco che guaiva sotto le sassate di un gruppo di ragazzini…

Scacciammo la banda e ci chinammo a guardarlo guaire…fu amore a prima vista.

Io ho una paura terribile degli animali, non posso prenderli in braccio, mi piacciono molto, ma da sempre li guardo a distanza ravvicinata, gli sorrido, ma non mi avvicino e guai a loro se lo fanno.

No, guai a me, perché scappo a gambe levate.

Non potevo prenderlo e raccoglierlo dalla strada, non potevo, pur se cucciolo, la mia paura era troppa.

Ma mio cugino lo fece per me, lo portammo da un veterinaio, ci chiese un milione di vecchie lire per operarlo, altrimenti era spacciato. Chiesi al dottore di aspettarmi che avrei trovato il gruzzolo richiesto.

A casa, mio padre mi disse che no, non potevo  raccogliere i randagi dalla strada, un milione?…scherzavo forse?…

Fu l’unica volta in cui mio padre disse mi disse un no. Un no secco.

In lacrime tornai dal veterinaio, il cagnolino lì a morire e piansi e dissi al dottore che se aveva un cuore lo avrebbe dovuto operare gratis.

Il dotttore,  sorrise e non si fece pregare: lo operò.

Il cagnolino guarì, lo nascondemmo in cantina ed ogni giorno gli andavo a fare le punture.

Per amore, solo per amore e compassione, perchè io non posso toccare gli animali. MIo cugino lo teneva fermo ed io lì a bucarlo..poveraccio quanti tentativi mal riusciti…

E quel cagnolino divenne grande e venne a vivere nel nostro giardino…sempre appresso a mio padre che lo portava ovunque.

Rin, non ha mai potuto leccarmi una mano, non mi sono mai rotolata con lui nel prato.

Rin sapeva la mia paura, si avvicinava piano piano e si lasciava accarezzare, ma quando io ritraevo la mano, lui si accucciava buono buono.

Lui sapeva che gli volevo bene e che gli avevo salvato la vita. E quando mi vedeva erano feste.

Rin…ecco, bisognerebbe ritrovare il cuore dei bambini.

Bisognerebbe tornare un pò bambini…per tornare ad essere meno aridi e più solidali, più attenti…

Come bambini.

FLO

E’ ormai certo che, la Commissione Giustizia del Senato, si troverà presto a discutere la proposta DDL n°957/2008, che chiede di apportare delle modifiche alla Legge 8 febbraio 2006, la legge sull’affido condiviso, perché sia reso sempre più chiaro il concetto di bigenitorialità.

E’ ormai da qualche  tempo molti giuristi ed avvocati hanno evidenziato i gravi effetti provocati dalla legge che, pensando di tutelare il minore nelle cause di separazioni conflittuali, va invece a peggiorarne la situazione, rendendo il minore un pacco postale da condividere in parti uguali tra i genitori.

E’ ormai da tempo che si chiede di rivedere la legge, che tende ad eliminare l’affido esclusivo dei figli ad un genitore (in genere la madre), in favore dell’affido condiviso ad entrambi, perchè tale legge, così accattivante nella teoria, rende la vita quotidiana di chi la subisce, più complicata di quello che potrebbe essere.

Qualsiasi decisione riguardo al minore, anche la più piccola deve essere condivisa: l’iscrizione ad un asilo piuttosto che ad un altro, l’iscrizione ad un determinato sport o meno, la possibilità di seguire le funzioni religiose o meno, il catechismo, le gite, la passeggiata per prendere un gelato…

Qualsiasi decisione…fra poco anche quella se respirare o meno.

Mentre si cerca l’accordo su ogni pelo, chiedendo l’intervento del giudice competente di volta in volta, il minore non ha di certo vita facile.

Egli è inoltre costretto a seguire un programma ben dettagliato, in cui si deve dividere in parti e tempi uguali tra i due genitori.

Non sia mai che passi più ore con la madre piuttosto che con il padre…non è giusto.

Parti uguali: così il minore seguirà il bel programmino preconfezionato: tre giorni da papà, tre giorni da mammà, due camere, due guardaroba, due tutto…fino alla maggiore età….

In questo clima di richiesta di revisione della legge sull’affido condiviso, giunge in linea diametralmente opposta la proposta di legge di cui sopra, che invece vuole ancora di più puntualizzare il principio della bigenitorialità, rendendo molto difficile l’esercizio di quei giudici, che molto spesso usano il sano buon senso nell’applicare le leggi, cercando di ridurre al minimo i danni per i minori coinvolti e che, se questa proposta dovesse passare, si troverebbero con le mani legate, senza più possibilità di operare con criterio, caso per caso.

Ma il punto più grave e controverso è sicuramente il riferimento alla Pas, la sindrome di alienazione parentale,  che viene presentata dai promotori della proposta di legge, come una sindrome ampiamente riconosciuta e documentata dal mondo e dalla letteratura scientifica.

Una malattia, quindi, acclarata ed accertata nel minore, che soffre di un grave condizionamento da parte del genitore alienante (in genere la madre), che lo conduce a rifiutare o addirittura denunciare di abusi il genitore alienato (di solito il padre).

La proposta di legge, di fronte alla presentazione ben confezionata della sindrome, propone come soluzione la negazione dell’esercizio della potestà al genitore condizionante.

In pratica dunque, qualora si verificasse la condizione (e purtroppo si verifica spesso) in cui un minore non volesse accettare il programma di incontri, stilato dal tribunale, con uno dei due genitori, adducendo motivazioni anche gravissime, qualora venisse accertato in sede periziale che il suo rifiuto fosse effetto della sindrome di Pas (e ormai accade spesso che venga diagnosticata), il minore verrà allontanato dal genitore condizionante, a cui verrà pure tolta la potestà.

L’articolo 9 della proposta di legge, infatti, afferma chiaramente il principio di esclusione dall’affido, del genitore di cui fosse accertato il condizionamento sul minore che, affetto da sindrome di Pas,  rifiuta gli incontri con l’altro genitore.

La proposta DDl 957/2008, dunque, fa assurgere una “decisione” medica sulla Pas ad elemento determinante nella decisione di escludere l’affido al genitore condizionante, limitando di fatto nel Giudice ,l’esercizio del potere discrezionale.

Semplificando ulteriormente, qualora un minore si trovasse per sua disgrazia ad avere un genitore violento ed abusante, se ne parlasse e lo denunciasse, verrebbe accusato di essere stato indotto all’odio dall’altro genitore e verrebbe accusato di non dire la verità. Con la condanna ad essere allontanato dal genitore di cui lui si fida.

Troppo, veramente troppo per una sindrome che non esiste assolutamente, come si comincia da più parti ad affermare con cognizione di causa e con una chiarezza tale, da non riuscire a convincere solo chi ha delle forti prevenzioni ideologiche.

Cominciano anche in Italia, a fronte di inconsistenti e poco credibili pareri favorevoli riguardo la Pas (pareri che purtroppo imperversano ed impazzano in corsi di aggiornamento per avvocati, giuristi, assistenti sociali, etc.), ad uscire articoli e studi seri che rigettano con forza tale assurda teoria del prof. Gardner .

Pochi giorni fa, il 29 agosto 2010, è uscito un articolo, che sta percorrendo il filo di fsb, speriamo a gran velocità e con frutti positivi, di uno psichiatra italiano, Andrea Mazzeo, che si è trovato a dover studiare in maniera approfondita la sindrome di Pas, per poter ben operare nel suo lavoro di consulente di parte nelle cause minorili.

E il suo convincimento sull’assoluta carenza di dati oggettivi che dimostrino l’attendibilità scientifica della Pas, la sua perplessità su quanto sta accadendo in Italia nelle aule dei Tribunali dei Minori, la sua preoccupazione a tal riguardo, sono ben espressi nel suo articolo:

“UN ORCO SI AGGIRA PER IL TRIBUNALE DEI MINORENNI:la sindrome di alienazione parentale”.

UN ORCO SI AGGIRA PER I TRIBUNALI DEI MINORENNI: La Sindrome di Alienazione Genitoriale

E’ veramente uno studio da leggere con attenzione, soprattutto, perché, partendo dall’inventore della sindrome, riporta tutta una serie di fonti e dati che ben evidenziano la pericolosità della teoria e soprattutto la insussistenza della stessa.

Il dottor Mazzeo sottolinea che né l’Associazione Psichiatrica Americana, né l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno finora ammesso ufficialmente la Pas tra l’elenco di disturbi.

Anzi…proprio dalla patria del suo inventore giungono le più feroci critiche e lanci di strali, supportati da ricerche serie ed approfondite, che affossano senza tema di smentita la famigerata Pas, che in Italia gode di così tanto ed immeritato credito.

USA, California, Canada, Spagna. Da questi paesi giungono gli studi più accreditati che contrastano la sindrome.

Gli studi scientifici che invece ne attestano l’attendibilità sono assai scarsi e soprattutto, in lingua italiana non se ne trovano molti.

Secondo il dott. Mazzeo, infatti, i ricercatori di discipline giuridiche in California , l’Istituto di ricerca dei Procuratori di Giustizia USA,Il Ministero di Giustizia Canadese,  l’Associazione Spagnola di Neuropsichiatria sono giunti tutti allo stesso binario conclusivo: La Pas , non solo è una teoria che non è assolutamente dimostrata secondo dati scientifici, ma è anche pericolosissima per la salute stessa dei bambini.

Esperti giuristi e ricercatori di neuropsichiatria, secondo percorsi, competenze  e prospettive diverse, sono giunti tutti alla stessa affermazione: la Pas non esiste ed è pure pericolosa.

Ora, si domanda il dott. Mazzeo, come è mai possibile, viste le numerose critiche che giungono da più parti, che in Italia la Pas sia invece presentata come una sindrome di tutto rispetto e con tutti i bolli  e le licenze di una famigerata letteratura scientifica?

Quali le fonti, quali le basi di tali affermazioni che addirittura condurrebbero alla creazione di una legge ad hoc?

Questo in sintesi, credo, il pensiero dell’autore dell’articolo.

C’è da riflettere, ma tanto…

Ho anche letto che gli ideatori della proposta di legge si sono prontamente dedicati a criticare le affermazioni del dott. Mazzeo, che vorrei ricordarlo, è uno psichiatra di provata esperienza.Riporto qui di seguito le fonti da cui ho tratto tali critiche:

http://www.facebook.com/l/93c47x5xcrGSBDEI3Ugmj-76eAA;www.adiantum.it/public/1201-i-negazionisti-della-pas.-egregio-dott.-mazzeo….—dimarino-maglietta.asphttp://www.facebook.com/l/93c47mIrAZ_1jb3TsHj79zg1bmA;www.adiantum.it/public/1198-pas-sì,-pas…-no-!-riflessioni-sulla-sindrome-di-alienazione-genitoriale—di-v.-vezzetti.asp

Il primo intervento critico giunge, come potete ben visionare, dal professor Marino Maglietta, docente associato di Fisica presso la facoltà di ingegneria dell’Università degli studi di Firenze e docente presso molti Istituti di Mediatori Familiari, nonchè membro della Consulta nazionale per l’infanzia e l’adolescenza “Gianni Rodari”.

Come potete ben leggere, si presenta al dott. Mazzeo come colui che ha redatto il disegno di legge 957.

Riepilogando:

L’ingegner Maglietta dunque è colui che concepisce la struttura portante di quella che è divenuta la prima legge italiana sull’affido condiviso, attraverso la modifica all’art, 155 del Codice Civile.

L’ingegner Maglietta, è colui che ha introdotto in tale legge il percorso di mediazione familiare nelle situazioni di separazioni conflittuali e che ha portato ad una situazione aberrante nell’ambito dell’esercizio dei poteri dei servizi sociali.

L’ingegner Maglietta ha redatto il disegno di legge 957, così caldametne osteggiato dallo psichiatra Mazzeo.

L’ingegner Maglietta critica l0 psichiatra Mazzeo asserendo che, dalla terminologia non specifica che utilizza nell’articolo, si evince che il dottore non è sicuramente competente di diritto familiare e minorile  e che bisogna pensarci due volte prima di lanciarsi contro una proposta di legge così ben congegnata.

Inoltre l’ingegner Maglietta fa notare che non importa se il termine Pas sia utilizzato nella proposta di legge più o meno impropriamente, l’importante è quello che c’è dietro, cioè la la ormai acclarata situazione dei genitori che hanno possibilità di stare più tempo con i figli e che si sa che li aizzano contro l’altro genitore.

Ma acclarata da chi, da quale studio eminente, oltre quello di Gardner stesso, del 1995, da quale seria ed accreditata teoria psichiatrica?

Questo non è dato saperlo.

Il dott. Vittorio Vezzetti, pediatra, invece interviene affermando che non è importante da quale pulpito provenga la teoria della Pas, non è importante se l’ideatore sia stato un uomo debole e con serie problematiche psicologiche.

Non è importante? Dobbiamo prendere per buona la teoria, assurta ormai a dogma, di uno che non era neppure professore universitario?

Il dott. Vezzetti afferma che anche questo non è importante, che ci sono stati premi Nobel, quali Jenner e Fleming che non lo erano.

Ma come? Stiamo parlando degli inventori del vaccino contro il vaiolo e della pennicellina!

Sinceramente il paragone non mi sembra calzante…

I due ricercatori hanno salvato milioni di vite umane, il dott. Gardner le sta distruggendo….

Inoltre sembra che non sia neanche importante il fatto che la Pas non sia riconosciuta dalla comunità scientifica mondiale.

E allora perché dovremmo riconoscerla proprio noi?

Siamo più competenti dei saggi della moderna psichiatria?

Inoltre il dott. Vezzetti afferma che non solo gli uomini usufruivano delle perizie del dott Gardner, ma il  10% dei casi trattati da lui erano donne.

Sarebbe interessante andare a verificare se quel 10% erano donne danarose in grado di pagare la parcella di 500 euro l’ora!

Molte altre considerazioni sarebbero da fare, ma il discorso sarebbe troppo lungo ed articolato.

Per concludere, ritengo che l’analisi del dott. Mazzeo sia ben fatta, sia condivisibile e ponga all’attenzione di tutti la grave problematica e gli effetti che ne deriverebbero.

Un’analisi supportata da un quadro di considerazioni con basi scientifiche di esperti, riportati da Cecilia Alagna nel Blog Velle et posse, che vi pregherei di andare a visionare perchè raccoglie molti dati.

Velle est posse

Psichiatri, psicologi, medici, giudici, giuristi portano dimostrazioni della mancanza assoluta di fondamento scientifico della Pas: La prof.ssa Carolyn Quadris dell’Università del South  Wales, Il Giudice Sol Gothard della Luoisiana, Il prof Mc Innes delll’University of South Australia, La psicologa Silberg di Baltimora, il pediatra Newberger di Haward, lo psicologo Bancroft,  il prof. Jon Conte dell’università di Washington e tanti altri……

Dagli studi di tali autorevoli personaggi emerge con chiarezza il fatto che la Pas, in ultima analisi, salva gli abusanti e riduce al silenzio l’altro genitore, fatto risultare matto, e distrugge i bambini.

Il giudice Sol Gothard, ad esempio, il quale si è occupato in Lousiana di più di 2000 casi di abusi su minori, ha manifestato contro la Pas, diagnosticata,perchè afferma che questa ha distrutto la vita di molti bambini.

Per non parlare della vicina Spagna, che sta subendo i gravi e deleteri effetti della diagnosi della Pas.

E’ del 2 giugno scorso un ottimo articolo della giornalista Rosa Montero, che su EL PAIS, una delle testate giornalistiche spagnole di maggior rilevanza, denuncia la Pas (o Spa), come la storia del terrore.

La giornalista si sofferma sull’ideatore della sindrome, per poi arrivare ad asserire che tale sindrome non è assolutamente riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale e che è assolutamente pericolosa e demenziale.

La giornalista denuncia inoltre i terribili effetti che essa sta provocando nei tribunali spagnoli in cui, quando un bambino si dice abusato, gli viene immediatamente diagnosticata la Pas.

Perchè la società ha paura di riconoscere che l ‘incesto esiste.

Eppure, lei continua, serie statistiche hanno confermato che il 20-25% di donne e il 10-15% di uomini spagnoli dichiara di aver subito abusi.

Di questi, il 39% sostiene di essere stato abusato dal padre!

La giornalista, dunque, dice che la Pas, nei tribunali, non aiuta a comprendere quale sia la verità, ma serve anzi a nasconderla dietro una ipotetica malattia del bambino.

La Pas, in definitiva, serve a chiudere la bocca a donne e bambini…

A chiuderla bene.

La Pas, in Italia, col bollo della legge e non della comunità scientifica, diverrebbe molto pericolosa e come una bomba ad orologeria tra le mani di chi si troverà a decidere.

Termino con le parole del dott. Eli Newberger, insegnante presso Harward Medical School:

“La Pas è una teoria atroce…”

Attila è alle porte…..è la Pas…fermiamola.

FLO

Sole, mare, colazione al bar con la compagnia di sempre, giornali, commenti in libertà, critiche mordaci da cui non esce vivo nessuno, confidenze segrete, abbastanza pulcinelliane, sulle donne dei politici e sugli intrallazzi di palazzo.

Un fiume di parole…ascolto, ammicco,  mi  interesso, o fingo di interessarmi…

Ma davvero! ma che dici…aspetta, aspetta…chi è l’amante di chi, no, non ci credo…e va bè, che volete, saranno fatti loro…

Fino a che non arriviamo a commentare le pagine della cronaca…

Che orrore…ragazze violentate, donne uccise da mariti ed amanti gelosi e chi più ne ha più ne metta.

Tutti si fanno seri, finiscono i chiacchiericci, spunta uno stupore amaro, non si può non essere solidali nel dolore.

Io faccio osservare che, da mesi ormai, la pagina della cronaca sembra un necrologio al femminile: vittime su vittime, donne su donne, giovani e anziane.

A decine e decine, decimate come fossero insetti fastidiosi.

Negli ultimi anni la lista delle vittime è aumentata in maniera esponenziale: Monica, Rossana, Emma, Simonetta, Maria, Francesca…quante madri, quanti padri potrebbero aggiungere i nomi delle proprie figlie a questa lista, quanti fratelli, quanti parenti piangono delle vite, spezzate come fragili canne, dalla violenza funesta e distruttrice, che lascia un campo di macerie fumanti come al passaggio delle orde vandaliche.

Una lista senza fine…

Un vero e proprio bollettino di guerra.

La guerra…io,  grazie a Dio, la conosco solo attraverso i racconti dei vecchi. Ma le parole antiche che hanno tatuato i miei ricordi sono le storie ereditate dalle donne della mia famiglia.

Mia nonna, ad esempio, quasi mimava quando rammentava la calata dei nazisti, tra i poderi, fino alle case, dove le donne curavano i beni familiari,in attesa dei loro uomini  in guerra.

La corsa ai pozzi per nascondere l’oro, l’argenteria, la biancheria di famiglia che si tramandava da generazioni…insomma le cose più preziose.

Tutto era in pericolo, ma la cosa più difficile da difendere era il proprio corpo, velocemente infagottato in panni laceri ed informi, con i folti capelli mortificati in fazzoletti ben annodati.

Quando i nazisti passavano, nessuna donna era al sicuro.

Formaggi, olive, cereali, ogni alimento, conservato e razionato per non morire di fame in quei tempi infami, veniva servito per orientare gli appetiti maschili in quella direzione.

Che racconti!

Sono cresciuta con una folle paura dei nazisti e dei loro alleati…certe cose non si dimenticano.

Ma ricordo anche quelle confidenze tutte femminili, tra le donne della mia famiglia, d’estate, mentre fuori cantavano le cicale, ed io fingevo di dormire, nell’enorme stanza padronale, sul lettone di mia zia, con due materassi, altissimo da raggiungere per me, e tra un’infinità di cuscini rigorosamente di lino bianco.

Stavo ben attenta a non muovermi mentre loro parlavano, perchè sapevo che avrebbero smesso, dato che le cose che si dicevano non erano adatte alle mie orecchie.

Ricordo quei momenti tra i più belli ed i più intimi…

Bisbigliavano i loro segreti da donne, si confortavano, si consigliavano, si riprendevano, litigavano pure…

E così venivo a conoscenza della tragica storia della cugina di mia madre, quella dal sorriso spento e dagli occhi sempre tristi, condannata, per un errore giovanile, ad essere serva di un debosciato che faceva di lei quel che voleva…fino a che lei non si liberò da sola: suicidandosi.

La compativano e nel contempo piangevano la loro impotenza di donne.

Un’altra mia zia , invece, era sempre in lacrime per un suo amore segreto e confidava le sue pene  e mostrava i segni sul suo bel corpo, inferti da un marito violento.

Storie dolorose, da sussurrare, violenze, soprusi, inganni…

Storie che oggi ancora vengono sussurrate, ma che cominciano ad emergere dai fondali del nascondimento del moralismo benpensante.

Donne, tante donne, vittime.

Donne che ormai non ci sono più, che nessuno è riuscito a proteggere, donne che si sono salvate per miracolo, ma che ogni giorno debbono disinfettare le loro ferite mai cicatrizzate.

Donne che non hanno mai ottenuto una giustizia giusta.

Donne i cui aguzzini si ritrovano in libertà, magari per buona condotta o per i benefici del rito abbreviato, dopo qualche anno di carcere, forse in libertà vigilata, ma pur sempre in libertà e con la possibilità di crearsi pure una nuova famiglia….

Donne, per le quali il 18 settembre scenderanno in campo, per una manifestazione pacifica, a Roma, e secondo modalità che verranno presto indicate dagli organizzatori, tutte le persone di buona volontà che desiderino manifestare cordoglio, dolore e solidarietà per chi soffre le ingiustizie della violenza e nel contempo per chiedere una seria applicazione delle leggi vigenti in materia penale e per un inasprimanto delle pene, fin troppo leggere.

Tutti uniti, uomini e donne, per porre l’attenzione su tutte le vittime, non solo donne, ma anche sul numeroso elenco di bambini violati, maltrattati, oltraggiati, uccisi, o vittime di pesanti e non certo rari errori giudiziari che li portano a vivere reclusi e contro la loro volontà, in case famiglia, pur avendo dei genitori o dei parenti in grado di accudirli con amore.

Il 18 settembre, a Roma, nel cuore del nostro paese, palpiterà un popolo che chiederà ai suoi governanti di governare con giustizia, di giudicare con sapienza, di chiamare le vittime con il nome di vittime e gli assassini col nome di assassini e di dare a questi ultimi la pena che si meritano.

Perchè, come diceva spesso il grande papa Giovanni Paolo II, non ci può essere pace senza giustizia, né ci può essere giustizia senza pace.

E se l’Italia abdica alla giustizia, che ne sarà di noi italiani?

Il 18 settembre accenderemo una luce su tutte le vittime, le piangeremo, ascolteremo il loro grido di dolore, ma con forza e coraggio chiederemo giustizia.

Giustizia giusta per tutte, ma proprio tutte le vittime…..

Amici, diffondiamo…..al 18 settembre, e chi non può venire, ci sia col cuore.

FLO

Non so se tra voi, altri hanno vissuto la mia stessa esperienza, ma credo proprio di si.

Da bambina sono cresciuta cibata da grosse siringhe ‘anabolizzanti’ ormai in disuso (oggi ancora tremo alla vista),perché troppo magra, e in un mondo di favole che hanno sviluppato in me il senso del tragico.
Favole spaventose, in cui le streghe e gli orchi spadroneggiavano senza pietà.

Mia nonna mi raccontava storie che ancora oggi tento di rintracciare, in cui povere donzelle dovevano difendersi con le unghie e con i denti da uomini e donne senza cuore.
Ascoltavo con gli occhi sgranati e non ne ero mai sazia.
La mia povera nonna doveva ripetermele all’infinito e sempre aggiungeva, di volta in volta, particolari agghiaccianti per la mia mente allenata.

Il lieto fine comunque giungeva liberatorio, ma la notte, pensavo e ripensavo, persa in un mondo in cui difendevo in prima persona bimbetti e donzelle, suggerendo loro come liberarsi dalle matrigne cattive o dai lupi mannari.

Quest’arte notturna ha affinato in me, senza che me ne accorgessi, un grande istinto alla sopravvivenza in qualsiasi situazione e, per contro, un forte desiderio di ricerca del comico.

Possedevo poi tutta una collana di libri per ragazzi molto in voga, in cui l’anima tragica aleggiava in ogni pagina, ogni riga, ogni parola.

E giù lacrimoni e lacrimoni, che non condividevo con nessuno per orgoglio.

Che mondo quello dei bimbi! Dovremmo ricordarci più spesso di come eravamo, invece di arroccarci nei nostri schemi mentali.


Ma soprattutto, un libro che mi ha molto scosso è stato “Senza famiglia”, letto e riletto fino a che il dolore toccava le viscere più profonde.
Ero una bambina molto felice, sempre allegra, ma ero anche capace di piangere tutte le mie lacrime per i diseredati ed i miei eroi.
Non potevo accettare che esistessero bambini senza alcuno al mondo ad accudirli, non ne conoscevo personalmente e quindi per me rimanevano personaggi dei romanzi.

Non vi dico poi con “Piccole donne”, che avrò letto mille volte e in cui, per la prima volta trovavo ragazze in cui immedesimarmi con piacere.
Desideravo avere tutta la timidezza e la dolcezza di Beth, la bellezza di Amy, l’eleganza di Meg, ma il cuore l’anima, l’estro, la risata e la passionalità di Jo, la scrittrice.
Amavo Jo, è stata il mio idolo. Io ero Jo…ad eccezione del fatto che avrei sposato il ricco Laurie e non il povero professore tedesco con le calze tutte rotte.
Ma soprattutto desideravo imitare Jo, sognando di occuparmi un giorno di un orfanotrofio, pieno di bimbi abbandonati.
L’ho sognato per anni, decidendo anche il posto e la casa più adatta, poi la vita mi ha portato verso altre scelte, dimenticando i miei sogni di ragazza.
Sogni che si basavano su un ideale romantico dell’orfanotrofio, in realtà non ne avevo mai visto uno…
Ora che ne conosco, sono spariti i sogni: l’amarezza ed il cuore gonfio hanno preso il sopravvento.

Anni fa, per lavoro, conobbi due adolescenti, gemelli, che avevano subito violenze inimmaginabili dal padre ubriaco, quali ad esempio essere legati ad un albero e sentir spegnere sul proprio corpo le cicche di sigarette. I due mi raccontarono che furono ospitati in un orfanotrofio, dove venivano imbottiti di sonniferi perché non dessero fastidio e dove venivano trattati malissimo. La loro fortuna fu una meravigliosa coppia che li adottò entrambi e che li amava con tutto il cuore. I due ragazzi, pur con danni evidenti nel linguaggio e nell’anima, hanno trovato la loro strada e sono rinati….

Ho scoperto un mondo che non credevo esistesse , almeno nei termini che riferirò, un mondo che avevo lasciato relegato, dimenticandolo, al mondo delle favole.

Il dramma degli orfanotrofi, chiamati ora con una terminologia più rassicurate ed accogliente: le case famiglia.

Avevo sempre creduto che negli orfanotrofi vi abitassero a tempo determinato, fino alla maggiore età, bambini senza nessuno al mondo.
Quando, anni fa, cominciai ad occuparmi di ragazze scampate alla violenza gratuita di omuncoli crudeli, che tra l’altro reclamavano spudoratamente i figli, scoprii che lo spauracchio più grande per mamme, avvocati e periti di parte, era quello di vedere prelevare i bambini, su relazione dei servizi sociali e con provvedimento del giudice competente, per indirizzarli nelle strutture preposte, chiamate appunto case famiglia.

Le mamme, sempre più spesso, venivano e vengono considerate inidonee a conservare la patria potestà, perché accusate di instillare nei propri figli un odio incontrollato nei confronti del padre, con chissà quali arti di moderna stregoneria, se per caso i figli raccontano episodi di violenze od abusi.
In pratica, lì dove non viene riconosciuta una violenza od un abuso, è la madre ad aver inventato tutto. Ma anche se la violenza o l’abuso sono stati accertati, la madre spesso rimane colpevole ed incapace.

Se una volta le streghe erano da condannare alla morte, oggi queste mamme sono le novelle streghe, da consegnare al rogo.

Un rogo che sta mietendo vittime su vittime, madri su madri, nonostante non se ne parli o si cerchi di sdrammatizzare, assicurando che le informazioni sui ‘figli sequestrati dallo Stato’ sono esagerate e senza fondamento.

Anche io, dall’alto della mia intelligenza (vi giuro, lo dico con ironia), dall’alto delle mie competenze e dei miei studi (sempre con ironia), quando cominciai ad intravedere questa orribile realtà, ho avuto più di un moto di ribellione.
-Ma vi pare- dicevo credendoci –che tolgono i bambini alle madri senza un motivo più che grave? Ma che dite, non esagerate, saranno madri matrigne!- continuavo, credendo che la ragione trionfa sempre sull’ignoranza, l’intelligenza sulla stupidità, il cuore sull’indifferenza, l’amore sull’odio.
Fiduciosa quindi, che l’operato di chi ha poteri decisionali fosse sempre lmpido e sinonimo di certezza della verità.

Purtroppo sbagliavo…

Ho scoperto che madri degne subivano e subiscono sentenze ingiuste che le condannano, che bimbi non creduti nelle loro denunce, venivano e vengono presi tra grida e lacrime, senza poter rivedere la madre ‘pericolosa’ per mesi e mesi. Gli stessi figli erano e sono però, costretti ad incontrare il padre violento od abusante, in maniera protetta, ma con la forza.

Donne e bambini al rogo.

E questo rogo purtroppo arde ogni giorno e si nutre senza pietà.

I bambini non votano- continuano a dirmi per giustificare l’impossibilità che qualcuno possa prendere realmente a cuore questa problematica.

I bambini non votano, ma le donne sì, almeno questo diritto per loro è acquisito. Le donne e tanti, ma tanti uomini veri, padri e compagni amorevoli che hanno a cuore la vita ed il futuro dei bambini.

Insomma, le case famiglia, per la maggior parte, non sono quegli orfanotrofi che tentano di dare una casa ed un tetto a chi realmente non ha nessuno. Devo per amor di verità aggiungere che vi lavorano anche tanti operatori meravigliosi, qualcuno ne ho conosciuto. Ma ciò non cambia la sostanza: nelle case famiglia ci vivono pure bambini e ragazzi che una famiglia ce l’hanno, una madre, dei nonni, dei parenti…e che quindi non dovrebbero essere lì.

Oggi, infatti, molte case famiglia sono pieni di bimbi e ragazzi allontanati con la forza dalla vita familiare e dagli affetti, strappati alle madri già piagate dalla violenza di un uomo che uomo non è.

Quante storie vere finora ho proposto nel mio blog, quante purtroppo continuerò a raccontarne, con la morte nel cuore e con la volontà di scardinare recenti luoghi comuni duri a morire e di lenire la durezza degli esperti convinti della bontà delle case famiglia per bambini, a loro dire, condizionati da madri malate di troppo amore.

Vorrei spegnere il rogo, vorrei fermare questa caccia alle streghe perché le streghe non esistono.
Vorrei che i bambini fossero trattati con rispetto e che fossero rispettati tutti i protocolli creati per difenderli.

Il mio compito è informare, diffondere il più possibile, provare a riflettere su tematiche così ardue, cercando di operare una critica costruttiva ed un confronto.

Il mio ‘vorrei’, però, tutto solo soletto, rimane un condizionale che sporca un foglio bianco.
Potrebbe però divenire ‘vorremmo’, anzi ‘vogliamo’, se voi che leggete declinate il mio vorrei.

Noi possiamo, sì noi possiamo insieme. Non criticate questo slogan così usato ed abusato nelle ultime campagne politiche al di là dell’oceano e al di qua.
We can.
Noi possiamo smuovere le coscienze annebbiate, tentare di abbandonare gli schemi di chi, come me una volta, crede che non sia possibile che esista una realtà del genere.
Noi possiamo…per i bambini, i ragazzi e le loro madri.
Glielo dobbiamo
.
Spegniamo i roghi.

FLO

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