Mamme Coraggio

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Stamane, 23 aprile, a pagina 23 di Repubblica, mi capita di gettare il mio occhio clinico su un trafiletto e cosa leggo?

Nei giorni scorsi il tribunale dei minori di Trento ha disposto che un bambino di 8 anni venisse preso e portato in casa famiglia. Motivo dell’ordinanza andata a buon fine (si fa per dire)?

La madre risulta troppo protettiva col figlio, che vive un rapporto simbiotico con lei. No, non si parla di sindrome di PAS, ma di qualcosa che è un suo affluente: SINDROME DELLA MADRE MALEVOLA.

Dunque, cos’è tale sindrome, che solo a nominarla mi viene l’orticaria?

Ve lo spiego in poche battute: è una forma di manipolazione che la madre, nel caso specifico attua sul figlio, provocando un distacco dall’altro genitore (genitore alienato) e creando un eccessivo attaccamento al bambino stesso.

Così, pochi giorni fa, con l’imprimatur del tribunale, i servizi sociali si sono presentati alla scuola del bambino. Il Preside ha chiamato subito la madre e la nonna, accorse immaginiamo con che animo, ma non c’è stato nulla da fare: di fronte ai compagni, pure qui possiamo comprende il loro  spavento, il bambino, fra urla e lacrime, è stato portato via, udite udite, in una STRUTTURA PROTETTA.

Protetta da che? Da cosa? Da una povera madre. E non ditemi di andarmi a leggere gli atti che stavolta  in verità non conosco.

Direi di fermarci per un minuto di silenzio in questo momento, perchè dobbiamo piangere la giustizia che sta morendo in nome di teorie strampalate o applicate a casaccio, guarda caso sempre alle madri.

Sono sicura che in questo preciso istante Falcone e Borsellino, l’emblema della vera giustizia, piangono con noi.

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Dopo questo minuto di silenzio, riprendo per informarvi che la madre del piccolo aveva fatto accuse pesantissime contro il padre del bambino, non permettendogli di vederlo, accuse che non si sono potute dimostrare e, se siete miei lettori sapete il perchè. Ne ho parlato tanto in altri articoli e ne continuerò a parlare: le accuse di pedofilia familiari non arrivano ai processi, muoiono in fase precedente

Il bambino viveva con la madre e con la  nonna: troppe donne a cantare.

 Bene, il bambino non vuole incontrare il padre?

Vai, in casa famiglia. MA CASA FAMIGLIA DE CHE? come si dice a Roma. La casa il bambino ce l’ha e la famiglia pure: la sua mamma.

Cosa traiamo da questa storia?

Mamme mi raccomando, da oggi potreste avere la sindrome delle madri malevole.

Non comprate al bambino la merendina, per favore, non baciate vostro figlio prima che entri in classe, non vi fate vedere troppo amorevoli, il vostro amore potrebbe venir considerato malato. E perchè affannarsi per portare i figli a calcio, a danza, poi a catechismo, poi a suonare, poi da un amichetto?

Per carità, lo soffocate.

Buona giornata, madri italiane, madri malevole.

Oppure vi viene la voglia di lottare con me e tante altre che desiderano cambiare le cose?

Servono politici, che appoggino questa causa, servono parlamentari che chiedano al ministro Alfano un’ispezione ai tribunali dei minori dove accadono questi obbrobri legislativi, come a Roma, dove ieri, il senatore Pedica, ha chiesto un’ispezione al tribunale dei minori di Roma per il caso del piccolo Matteo di Sezze.

Di nuovo, buona giornata madri malevole.

FLO, il Direttore

 

Stamattina, 22 aprile, lo splendido sole romano ha accolto, davanti al Tribunale dei Minori, il comitato Vittime della Giustizia Minorile, che è andato a manifestare pacificamente in favore del piccolo Matteo e della sua mamma, di cui ho ampiamente raccontato in due articoli precedenti, lamentando, anzi condannando quanto sta accadendo.

Il forte disappunto del comitato tutto, è dovuto sia all’assurdo decreto di un giudice minorile, supportato dal Collegio tutto (fatto gravissimo, perchè c’è un sentire ed un applicare comune molto pericoloso), di portare il bimbo in casa famiglia , servendosi di ogni mezzo,  sia al blitz a Latina di 14 agenti delle forze dell’ordine (immagino come si siano sentiti i poveri agenti a dover trattare Matteo alla stregua di un boss malavitoso), con cui doveva appunto essere prelevato.

I suoi adorati nonni, i suoi amici, i suoi compagni di classe, ma soprattutto sua madre, non avrebbero più potuto vederlo, sino ad ordini superiori.

Ora Matteo si è rifugiato con la madre in un posto sicuro, in attesa di conoscere i risultati degli ultimi ‘movimenti’ legali.

Dicevo dunque che stamattina erano presenti molti compagni di Matteo, venuti apposta da Latina, con i loro genitori a manifestare , armati di giocosi palloncini bianchi che,  inutile dirlo,  brandivano allegramente come una spada e facevano quello che tutti i bambini sanno e devono fare: giocare.

Giocare anche per Matteo, che non può, per il momento, correre dietro ad un pallone con loro, non può imparare e recitare una poesia o leggere di come nascono gli alberi o quante forme prendano le nuvole in cielo.

C’erano anche i nonni materni, i familiari, gli amici di famiglia, la squadra al completo della pallavolo di Aprilia, composta da giovani campionesse,tra cui la zia di Matteo. Ad affiancarli numerose mamme, che stanno vivendo il dramma feroce dei loro piccoli  già in casa famiglia o con provvedimenti ancora non attuati riguardo proprio la destinazione alla casa famiglia.

Mi ha colpito la compostezza di queste persone, la capacità di controllare il loro dolore, di saperlo raccontare con una dignità, un coraggio, una capacità dialogica, impressionanti. Mi ha colpito l’equilibrio dei nonni materni di Matteo, che hanno mantenuto sempre un atteggiamento più che corretto e niente affatto sguaiato.

Non ho ascoltato quello che si ascolta a qualunque manifestazione si vada: insulti, parole scomposte, linguaggi scurrili che condiscono ogni tanto i discorsi. Ho guardato i loro volti, le loro espressioni e mi dicevo: “Ma gli psicologi, le assistenti sociali, i giudici, li lasciano i loro libri, le loro carte, guardano in faccia le persone di cui devono giudicare, non sanno leggere il cuore, non sanno ascoltare?

Lo so, lo so, le carte sono importanti, non ditelo a me che vivo sommersa da loro, me le trovo in ogni dove e sono da sempre amante dello studio ma, chi non sa leggere il cuore, non  sa leggere le carte.

E mi prendo il permesso di affermare che in questa storia, gli atti non sono stati letti bene e non si è neanche capito da che parte sia la verità.

Perchè la verità esiste.

Ed in questo caso è una : Matteo deve essere rispettato come persona e deve essere ascoltata la sua volontà.

Matteo deve rimanere con sua madre.

Era presente anche la mamma del piccolo Gabriele, strappato alle sue braccia con il suo arresto. Ricordate la storia del bambino che si faceva chiamare Liam, conteso dal padre americano?

L’avevo conosciuta in un sit-in davanti al tribunale penale, forte, con i suoi occhi color ghiaccio, pronta a difendere suo figlio contro tutti, l’ho rivista oggi, magra, i suoi splendidi occhi nascosti da occhiali neri enormi, il volto sofferente, le lacrime pronte ad uscire incontrollate al solo nominargli il figlio.

Può vedere suo figlio ogni tre settimane circa, al buon cuore di chi comanda. Potete immaginare da soli come stia il bambino senza la madre.

Ritornando al comitato, erano presenti Roberta Lerici, responsabile del Movimento per l’infanzia Lazio, che insieme a Carlo Stasolla ha organizzato e diretto la manifestazione, è intervenuto anche il senatore Pedica, che si è informato del motivo della manifestazione ed ha chiesto di conoscere il caso di Matteo.

Erano presenti alcuni giornalisti e una troupe di canale 5 per occuparsi del caso.

Poichè il presidente del tribunale, Melita Cavallo, si trovava all’estero, una piccola delegazione è stata ricevuta dal vice presidente, giudice Isabella Foschini, a cui sono state consegnate circa 2000 firme di persone che appoggiano l’iniziativa in favore di Matteo e a cui sono state riferite le ragioni del contendere. Soprattutto, Roberta Lerici, ha tenuto a sottolineare che il tribunale dei minori sta prendendo troppi provvedimenti in cui i bambini vengono spediti in case famiglia, bambini che non appartengono di certo a famiglie disastrate o con problematiche pericolose.  Ha inoltre detto che si stanno creando dei nuovi orfani, bambini che una mamma ce l’hanno, ma che è come se non ce l’avessero.

Mi domando come questi giudici, che dovrebbero essere l’espressione del buon senso, della giustizia giusta, non arrivino alle stesse conclusioni da soli.

Ma dove vivono? Sulla luna? Comincio a crederlo.

Alla manifestazione erano anche presenti una coppia che ha avuto in affido, sin da piccola, una dolce bimba eritrea, che oggi ha 12 anni.  Le assistenti sociali di un municipio di Roma (tanto mi accorgo, che  la pensano tutte allo stesso modo, in qualsiasi municipio tu vada), hanno pensato bene di allontanarla da questa coppia, che era divenuta il suo mondo e, poichè la ragazzina non vuole ritornare con la sua vera madre, in Italia senza neanche il permesso di soggiorno e con uno stile di vita non adatto ad una bambina (non mi riferisco certo alla povertà), è esistita per lei solo una possibilità:  andare in casa famiglia. Ed in casa famiglia ci sta fino a che non si convince che deve ritornare, dalla sua madre naturale e deve dimenticare, con un colpo di spugna, la coppia che l’ha cresciuta con tanto amore.

Incredibile, nonostante la bimba sia spaventata per le cose che le ha fatto la madre naturale e quindi non voglia vivere con lei, le assistenti sociali insistono: l’opposto di questa storia, in cui Matteo invece deve allontanarsi dalla madre, contro il suo volere. C’è da dire  che nel caso di Matteo anche le assistenti sociali si sono rese conto anche se in ritardo,  che non sia un bene per il piccolo separarsi dalla madre.

Proprio mentre scrivo, vengo a sapere che mentre i parenti tutti erano presenti al sit- in, c’è stato un altro blitz  dei carabinieri a casa del piccolo, voluto dal giudice che ha deciso per Matteo, col chiaro proposito di prelevare Matteo.

Inutile dire che Matteo non era in casa.

FLO, il Direttore


Nel momento in cui scrivo, in un antico borgo sul mare, una mamma (tra tante), sta soffrendo, Anche un bambino (tra tanti), sta soffendo, è impaurito, frastornato e non sa cosa ne sarà di lui.

Sara e Matteo, li chiameremo così.

Lei minuta, occhi neri, resi più scuri dall’ombra del dolore che è poggiato lì . Esile, ma forte, una mamma coraggio, che ama il suo piccolo e vuole che cresca sano, robusto e libero. Soprattutto libero. Che diventi un uomo, un vero uomo, capace di amare. Ma soprattutto che diventi un uomo buono.
Ha tanti sogni per lui. E sono tutti sogni belli.

Lui alto biondo, gli occhi neri della madre, la stessa ombra che li ricopre. Ha nove anni, ama la scuola, gli amici ed il calcio, il grande calcio. Sua madre è tutto per lui: la sua vita, il suo respiro stesso, la sua forza, la sua sicurezza.

Sara e Matteo sono soli. Abitano in una piccola casa bianca con le imposte verdi, un giardinetto intorno, pieno di fiori, con la palla sempre in mezzo, perché Matteo adora (come tutti i bambini italiani) il calcio. Sogna di giocare con Totti, guarda tutte le partite ed urla di felicità quando la sua squadra segna.

A pochi metri da loro, vivono i nonni materni, Maria, minuta come la figlia e grande cuoca, Giuseppe, un gran lavoratore, un imprenditore, di poche parole, ma dal cuore grande.

Matteo spesso si ritrova con i nonni ed uno zio, il fratello della mamma, che lui adora perché è giovane e lo porta a vedere le partite. Da lui scrocca pure qualche euro per le figurine. Questo è il suo mondo sin dalla nascita perché la sua amata madre rimase giovanissima incinta di un uomo che la abbandonò appena saputo della gravidanza.

Sara e Matteo hanno imparato a cavarsela, aiutati ed appoggiati dalla braccia forti dei nonni. Sara ha trovato un buon lavoro e ha cresciuto Matteo nel migliore dei modi.

Sara e Matteo erano felici insieme. Capitava spesso di vederli correre giù sulla stradina che conduce alla spiaggia, acchiapparsi e buttarsi sulla sabbia rotolandosi e ridendo fino alle lacrime. Il loro cuore scoppiava di gioia…

Piccolo mio ti voglio bene” gli sussurrava Sara e Matteo sentiva il cuore battergli d’amore.

Un giorno, quando Matteo aveva circa quattro anni, il padre (io lo definirei ‘biologico’ perchè ho tutt’altra idea di paternità) decise che era giunta l’ora di conoscere quel figlio che non aveva mai voluto. Entrò nella vita della madre e di Matteo come un uragano.

In tempi non tanto lontani, Matteo sarebbe stato figlio illegittimo, perché nato fuori da una relazione matrimoniale, non avrebbe avuto gli stessi diritti dei figli legittimi, avrebbe sofferto per il rifiuto, e ne sarebbe stato segnato per la vita.

Meglio sarebbe stato! Meglio per lui continuare ad essere figlio non voluto!

Ed invece le nuove leggi, che hanno portato tanti benefici ai figli illegittimi, hanno recato la possibilità per il padre che non si è mai sognato di occuparsi, neanche nell’anticamera del cervello, del figlio, di potersi riprendere tutti i diritti che aveva volontariamente rifiutato e cioè di divenire a pieno titolo ‘padre’, con la conseguenza di avere gli stessi diritti della madre.

Madre che l’ha tenuto nel grembo, che ha trascorso nove mesi da sola a sostenere controlli medici e tutto quello che concerne una gravidanza. Madre che l’ha partorito da sola, senza il sostegno del compagno. Madre che l’ha cresciuto, che ha vissuto le angosce per una malattia e le gioie dei primi passi completamente senza il supporto del padre di suo figlio.

Non parliamo della situazione economica, non la nominiamo neppure, perché è all’ultimo posto delle priorità in questa storia, visto che i nonni hanno provveduto abbondantemente ed a larghe mani, cercando di fare il meglio per amore, solo per amore.

Insomma, dicevamo che il padre entrò nella vita di Matteo, con tutti i bolli, con tutte le carte burocratiche a posto, con l’arroganza data dai suoi diritti riconosciuti. Chissà se a questo lo spinse il fatto che Sara aveva da poco conosciuto un uomo, che sembrava voler entrare nella vita sua e di Matteo! Questo non lo sapremo mai, ma il dubbio che il padre biologico fosse preso da un attacco di gelosia e dalla voglia di distruggere la madre di suo figlio, rimane. Si rimane.

Qualsiasi uomo, preso da rimorso per aver abbandonato una donna e suo figlio nel momento del maggior bisogno, avrebbe prima di tutto chiesto perdono alla madre di suo figlio e avrebbe cercato di rientrare nella loro vita o perlomeno nella vita del bambino, a passi felpati. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, con una gradualità dovuta alla situazione, avrebbe pian piano conquistato suo figlio e forse avrebbe avuto la grande gioia di sentirsi chiamare ‘papà’.

Qualsiasi uomo dotato di buon senso si sarebbe comportato così.

Invece il padre di Matteo costrinse il bambino, che non provava alcun tipo di affetto per lui, a incontri sempre più frequenti ed obbligati.
Fino a quando Matteo, non solo non voleva più incontrare il padre, ma cominciò a mostrare particolari disturbi ed a raccontare fatti strani, episodi inquietanti e iniziò a rivelare una perseveranza nel rifiutare gli incontri, urlando il proprio dissenso a più non posso, fino al punto di sentirsi male.

A suon di tribunale penale, tribunale civile, i giorni trascorrevano con dolore ansia e una improvvisa paura di non poter tutelare il bambino.

Inizialmente i servizi sociali della zona guardarono con sospetto l’atteggiamento del bambino, ipotizzando che probabilmente la colpa fosse da attribuire alla madre che influenzava Matteo nella scelta di non vedere il padre. Così cominciarono ad inviare al giudice preposto le loro osservazioni e contribuirono di certo a far sì che Sara fosse considerata una donna che non permetteva la ripresa della relazione tra padre e figlio.

In seguito si resero conto dell’errore, ma era troppo tardi. Cercarono di rimediare inviando, sempre al giudice, i nuovi dati emersi, che ponevano molti dubbi sulla salute mentale dell’uomo, supportati anche da una diagnosi che un centro di psichiatria infantile aveva effettuato su Matteo, gettando ombre su ciò che poteva aver subito dal padre.

Fu tutto inutile. Ormai la diagnosi era fatta: sindrome di PAS, la famigerata ed onnipresente sindrome di PAS.

Anni a difendersi, a difendere Matteo.

Proprio negli ultimi mesi la situazione è precipitata. Un giudice minorile ha fatto sentenze su sentenze: in una dava la podestà ad entrambi, in un’ altra, ha tolto la podestà alla madre ed ha deciso che il bambino doveva andare a vivere dal padre, poi al rifiuto delle forze dell’ordine di prendere Matteo con la forza, ha deciso che il bambino sarebbe andato in casa famiglia, poi si è convinto in una nuova udienza che forse Sara non è poi così orribile e che forse il padre non è poi così sano e ha ‘concesso’ di nuovo la podestà alla madre.

Neanche il tempo di riprendersi, neanche una settimana dopo, sempre lo stesso giudice, ha pensato bene che la madre stessa dovesse accompagnare Matteo in casa famiglia.

Saggia decisione, vero?
Qualsiasi madre degna di questo nome avrebbe ubbidito vero?
Voi lo avreste fatto, vero?

Immaginate la scena: una madre che tutta felice porta il bambino in una casa che si chiama famiglia, ma dove la famiglia non c’è, come se lo portasse in vacanza al mare.

Per quanto tempo poi dovrebbe rimanere?
Sei mesi. Che volete che siano sei stupidi mesi?

Mamme, voi che avete i vostri gioielli (così li chiamava la madre dei Gracchi), in case famiglia, sei mesi, sono sei mesi, o diventano anni?

Mamme, con quale animo una madre può percorrere la strada verso quella casa, portando suo figlio, sangue del suo sangue, vita della sua vita, in un posto da cui lei sarà esclusa per non so quanto tempo?

Abramo ed Isacco. Ma Abramo ritornò a casa col figlio.

Mi sovviene la favola di Hansel e Gretel, la casa della strega travestita da vecchia…la casa famiglia.

Rispetto la funzione ed il lavoro di chi dirige le case famiglia, alcune sono persone splendide, eccezionali, ma credetemi, quando arrivano bambini che ingiustamente sono destinati alle case famiglia, sono loro stessi, gli operatori, a piangere di dolore, di compassione, perchè sanno che quei bimbi dovrebbero stare con la loro mamma.

La casa famiglia dovrebbe accogliere chi è appunto senza famiglia o perché proprio non cel’ha o perché è così disgraziata e pericolosa che è meglio non avercela una famiglia.

La casa famiglia può salvare tanti, tanti bambini.

Ma vi prego il bimbo che una casa ce l’ha, che è circondato d’amore e d’affetto, vi prego, non può essere allontanato dal suo mondo.

E Matteo una casa ce l’ha.

Una casa dove, ad accoglierlo all’uscita da scuola c’è la sua splendida mamma.

E chissà, forse un giorno Matteo potrà avere un vero papà, non il papà biologico, ma un papà vero, che ami lui e la sua mamma.

Lasciate Matteo alla sua casa, ai suoi amici, ai suoi nonni, alla sua vita.

In questo momento però, Matteo è triste ed ha paura. Sa che verranno a portarlo via.

Mamma non mi mandare via, mamma, mammina, aiutami“.

FLO, IL DIRETTORE

S

Non vorrei rigirare il dito nella ferita, ma è necessario che le donne che hanno subito un percorso fatto di violenza psicologica e fisica, sappiano che, per uscire completamente dallo stato di sottomissione permanente, vissuto come atteggiamento nei confronti di un uomo padrone, ma anche nei confronti della vita stessa, bisogna imparare a comprendere quale molla le abbia spinte ad accettare una situazione che, guardata dall’esterno, risulta improponibile.

Ancora oggi molte donne subiscono in silenzio, al chiuso delle loro case, insieme ai loro figli e chiedono il silenzio.

Capita spesso, aprendo i quotidiani, di scoprire che un uomo ha ucciso moglie e a volte anche i figli. I commenti di molti vicini sono:” Era così un brav’uomo!
Lo sentiamo spesso, come se tutti gli assassini fossero improvvisamente presi da raptus omicidi nei confronti delle loro compagne, così, per un immanente impazzimento.
Non nego che talvolta la situazione sia veramente tale, ma non posso neanche nascondere che purtroppo molto spesso le relazioni familiari sono malate alla radice, mancando i principi base del reciproco aiuto e del reciproco amore e sostegno.

Quando accadono queste atrocità, in genere, le vittime, madre ed eventualmente figli, hanno tenuto nascosto il dramma familiare che si andava tessendo. Nessun aiuto esterno, nessun appoggio. Le tragedie accadono e non sono di certo un fulmine a ciel sereno per chi le vive.

Grazie a Dio, alcune donne e oggi sempre più (questo è positivo, perché si rompe il muro di omertà), cominciano a denunciare i loro aggressori, cominciano a metterli con le spalle al muro, superando la vergogna che deriva dal fatto che tutti sappiano del proprio fallimento familiare, imparando anche ad accettare che il mondo mostruoso creato intorno e al quale ci si era abituati, è crollato.

Ormai trovo insopportabili i commenti di chi, alla fine di una storia dolorosa di questo genere, si ostina immancabilmente, neanche fosse un proverbio, a dire: “A sbagliare si è sempre in due“.

Desidero sfatare la veridicità di questa frase fatta. Quando un uomo usa la violenza, psicologica e fisica, è sempre e solo lui a sbagliare. Sempre e solo lui, che ha distrutto non solo sogni e speranze, ma la vita stessa delle persone che l’avevano scelto per stargli accanto.

Non è vero che il fallimento di una relazione burrascosa sia da imputare anche alla donna, che però molto spesso continua ad incolparsene: “Se fossi stata più sottomessa, se fossi stata più buona, se mi fossi stata zitta, se non mi fossi intromessa, se non avessi bruciato la cena, se avessi finto un pò di più a letto…..”

Se, Se, Se….

I rimorsi di una donna distrutta da un uomo violento spesso, sono fatti di tanti se.
Qui, è il caso di dirlo, non esistono né se, né ma.

Quando un uomo usa la violenza, sceglie il linguaggio aggressivo del corpo e vuol dire che non sa utilizzare altri tipi di linguaggio, che conosce solo quello, quando si trova in una situazione che non gli piace o in cui è messo alle strette.

Sono tanti i casi in cui le donne raccontano di essere state picchiate selvaggiamente, con calci, pugni, capelli tirati con violenza, in un corpo a corpo in cui loro cercavano di difendersi, di chiudersi a riccio per parare meglio i colpi. Ebbene dopo che magari, per un nonnulla, l’ometto è scattato in questa maniera, condendo il tutto con improperi, ebbene dopo lo tsunami, sempre lo stesso ometto, magari la sera stessa obbliga la compagna a rendersi presentabile per la cena con gli amici.

Chi non conosce queste dinamiche può rimanere impressionato dal cambio repentino di umore: a casa mostro- padrone, fuori casa amabile.

Cosa fanno in genere le donne? Quasi grate di avere qualche ora di tregua, morte interiormente, ubbidiscono, si vestono ed escono con il loro ometto che darà grande prova della sua simpatia. Pensate, in un moto tardivo di affetto arriverà pure a fare una carezza alla sua cara compagna.

Come attraverserà il volto della donna quella carezza? Come una spada affilata. Quella carezza diviene la tregua che la donna accetta, proponendosi di non più far arrabbiare il suo ometto (mi scuserete, ma la parola uomo non mi esce dalla tastiera). Magari gli amici penseranno: che bella coppia e forse li invidieranno anche un pò. Perché alcuni ometti riescono a dissociarsi in una maniera tale da sembrare due persone diverse.

Stronza, puttana come tua madre, mentecatta di merda e tante altri fonemi sullo stesso tema vengono ogni giorno ad aggredire la povera donna che, alla fine, penserà di essere stronza, puttana e mentecatta di merda.

Ho voluto scriverle queste parole, sentire il puzzo sulla carta stampata per provare a capire cosa possa passare una donna che si trovi sommersa da questi improperi. Deve essere devastante, deve essere terribile. Vorrei che mai, nessuna donna, debba sentirsi chiamare così.  Nessuna donna lo merita, nessuna persona.

Quante donne alla fine di una relazione di questo tipo mi ha detto: “La mia vita è finita!“.
Vogliono dirmi che il loro mondo è distrutto, vogliono dirmi che il loro sogno di una famiglia è crollato, che loro stesse non sono altro che un fallimento.

Ed io rispondo con forza, quasi lo urlo: ” NO, LA TUA VITA NON E’ FINITA, LA TUA VITA RICOMINCIA QUI, ADESSO.”

Si, la vita ricomincia, nuova, tutta da scrivere, ma bisogna ritrovare il desiderio della vita, distrutto dalle volgarità e dalle botte. E non dimentichiamo le violenze sessuali.

Se leggeste qualche incidente probatorio sulle violenze sessuali continuate, inorridireste, voi padri preghereste Dio che non permetta mai su vostre figlie e sorelle un orrore del genere.

Qualche volta dimentico di ridere. Quando ascolto questi racconti, muoio dentro, una voragine minacciosa mi si spalanca davanti, soffro con le donne come se queste violenze fossero sulla mia persona. So che quello che raccontano è tutto vero e non sopporto che qualcuno metta in dubbio ciò che queste poverette hanno vissuto sulla loro pelle.

In questi casi penso spesso a Primo Levi, che dopo i sei milioni di Ebrei morti nei campi di concentramento, dopo quello che aveva visto, vissuto, sofferto e che ha lasciato in eredità alla memoria in “Se questo è un uomo“, si suicidò perché non riuscì a sopportare che in Italia, malintenzionati cominciassero a diffondere notizie sul fatto che le sofferenze ed il numero dei morti ebrei fosse falso. Dopo aver visto morire i suoi, come poteva accettare un simile affronto?

Ecco, quando le donne raccontano le loro tragedie e si sentono replicare che la maggior parte delle cose sono false, vengono ammazzate nuovamente. Non basta, devono pure ascoltare che se loro fossero state più amabili, certe cose non sarebbero successe.  Sono sicura che si sentono come primo Levi.  Io, a nome loro, mi sento così.

Capita di incontrare giudici, uomini e donne indifferentemente, pieni di acume ed attenti ai racconti, che si convincono della credibilità di quanto affermato dalle vittime. Ci sono ometti che si difendo affermando che cadono dalle nuvole riguardo ai fatti di violenza raccontate dalle loro stesse compagne.

Signor giudice, io l’ho sempre trattata con i guanti!

Mettono in scena una commedia dell’assurdo che pure chi assiste si sente assurdo. Continuano asserendo che, signor giudice, il problema è che non mi vuol far vedere i figli, per questo sta facendo tutta questa sceneggiata.

Capita allora che gli sguardi si posano tutti, sulla povera vittima, e tutti pensano per un istante e forse più, che allora è una falsa, una ingannatrice. Povero uomo, che megera ha incontrato e guardate come soffre per i figli che non può vedere!

E mica è finita lì. Non potete immaginare cosa inventano gli avvocati difensori, che linguaggio offensivo usano durante la difesa!
Che volete, è il loro lavoro (chiedo scusa ai tanti avvocati che non fanno queste cose, chi mi conosce sa che li stimo).

Capita però che quei giudici di cui parlavo prima, dotati di molta esperienza, capiscano da che parte stia la verità. E capita, grazie a Dio, che la verità salti fuori e che il colpevole si becchi una condanna. Condanna che comunque il colpevole non farà mai.

Ma tale condanna, scritta in una sentenza, sarà molto importante pr la donna, che vedrà riconosciuto il fatto che è lei la vittima, che lei non ha fatto nulla per scatenare le violenze, che l’uomo è un violento e va punito.

Perchè ha ucciso una donna nel più profondo dell’anima.

FLO


E’ notizia recente il fatto che una parte dell’avvocatura stia cominciando a sottolineare come la legge sull’affido condiviso, introdotta da pochi anni, stia mostrando sempre più i suoi drammatici e deleteri effetti, le sue ombre nelle pieghe dei cavilli giudiziari e delle più fantasiose interpretazioni, inducendo i bambini coinvolti, a vivere in maniera ancor più drammatica la separazione dei genitori. Perché i primi soggetti che tale legge avrebbe voluto tutelare, sono proprio loro: i bambini. Invece tutto è accaduto fuorché questo.

Iniziamo col dire che sulla carta, le cose potrebbero funzionare e lì dove ci sono dei genitori che mettono al primo posto le esigenze dei loro figli tutto potrebbe filare più o meno liscio. Ma diciamo la verità: dove gli ex coniugi mostrano una umanità, intelligenza e correttezza, la legge neanche serve. Entrambi sanno di essere importanti per i propri figli, che crescono serenamente lì dove sanno di poter contare su un padre e su una madre.

Come non condividere le nozioni base di una branca della psicologia, che analizzano l’incidenza del padre nell’educazione, la sua importanza nell’infondere sicurezza e coraggio, forza e determinazione. Il padre rappresenta l’autorità, le regole. La madre invece, con la sua dolcezza, delicatezza, riesce a far crescere il figlio in clima di amore e solidarietà, in una sicurezza affettiva assai importante. Il bambino ha bisogno di un padre e di una madre.

Anche quando una coppia si separa, il primo pensiero deve rivolgersi alla prole, che va difesa, protetta e cresciuta nel migliore dei modi. Ecco che i due genitori, possono aiutarsi nei tanti impegni dei loro figli, i quali debbono sentirsi sempre accolti dall’uno e dall’altro, liberi, nei limiti delle possibilità di stare con l’uno o con l’altro genitore. Ma una cosa deve essere ben chiara, ed è sicuramente condivisa da genitori responsabili: i bambini non sono dei pacchi postali. Oggi da te, domani da me, poi da te perchè ho un week end con amici.

I Bambini hanno bisogno di stabilità, una fissa dimora la devono avere, devono vivere probabilmente insieme alla madre e, nel rispetto dei loro tempi, dei loro spazi, dei loro impegni e dei loro desideri, condividere le ore della giornata con il papà.

Quale bambino non vuole vedere il suo adorato genitore, mangiare con lui, andare a vedere una partita od essere accompagnato allo sport, o semplicemente raccontarsi o chiedere consiglio o presentarlo ad un amico? Non ho mai visto un bravo genitore rifiutato dal figlio.

Non dovrebbero esistere obblighi del giudice: nel rispetto delle necessità personali, della privacy dell’ex coniuge i bambini dovrebbero godere dell’affetto di entrambi i genitori.

MA QUESTA E’ LA REALTA’ DI UNA PICCOLA FETTA DI SEPARATI!

Cosa accade ogni giorno nelle migliaia di coppie separate? Accade che le separazioni sono molto conflittuali (chiaro no, se no non si separavano), che i bambini divengono terreno di scontro. E il giudice, in nome dell’affido condiviso, dall’alto della sua sapienza salomonica (uguale, uguale!) senza aver interpellato i bambini o senza considerare troppo le volontà dei mocciosi, decide che due giorni si dorme da mamma, due giorni da papà, il resto della settimana una volta da mamma, una volta da papà. Giugno con mamma, luglio con papà, agosto con mamma e via dicendo, fin nei minimi particolari.

Questi poveri bimbi neanche possono dire:” Eh no, Natale con i tuoi, ma Pasqua con chi vuoi! ” No, no, sono bambini, cosa vuoi che ne sappiano loro di come va condotta la loro vita!

Quante volte i bambini vanno a a scuola e si scusano: scusi maestra, ma ieri ero da papà e non ho potuto portare il quaderno di inglese, perché è rimasto da mamma. Scusi professoressa per il ritardo ma sa, ieri ho dormito da papà che abita a due ore da scuola, però domani non si preoccupi, arrivo presto, perché sto da mamma. O viceversa.

Insomma i bambini non vengono più considerate ‘persone’, ma dei ‘beni mobili‘, delle cose da possedere, un possesso che in certi giorni è mio e solo mio, e in altri è tuo e solo tuo. Terribile!

Terribile per i figli, sentirsi come dei pacchi postali, che debbono spostarsi senza fiatare e guai se sopraggiunge una febbre. Nei casi in cui le coppie sono litigiose assai, succede il finimondo: lettere ad avvocati, ai servizi sociali, che sanno sempre come porre rimedio (si fa per dire). Chi vive queste situazioni, sa che non esagero, anzi….

Anzi, la situazione è drammatica e non si vive più. A scuola talvolta si vedono i ragazzi molto tesi. Agli insegnanti di cui hanno fiducia confidano che non ce la fanno a seguire gli spostamenti da una casa all’altra, che si sentono tristi perché vorrebbero dire al loro padre che nel prossimo week end hanno una festa e vorrebbero rimanere con gli amici, ma se solo ci provano son litigi, oppure si offendono, cominciano a rinfacciare il poco bene, che preferiscono la madre, che se non vanno non pagano gli alimenti, ecc. ecc.
E i nostri figli, ripeto, sono divenuti dei ‘beni mobili‘.

E mi sovviene di aver studiato all’università che nell’antico diritto romano le donne venivano considerate ‘beni mobili’ dei mariti, che avevano diritto di vita e di morte su di loro (Eva Cantarella docet). Chissà perché questo ricordo. Di sicuro è dovuto alla considerazione che la legge sull’affido condiviso acuisce problemi invece di eliminarli e fa come prime vittime i nostri figli.

Ma tale legge non dovrebbe essere applicata quando uno dei due genitori, indifferentemente il padre o la madre, sono dei tipi violenti o inaffidabili, o quant’altro di grave. In tali casi l’affido dovrebbe essere univoco. Dovrebbe, perché in realtà oggi godono dell’affido condiviso, per una errata interpretazione o applicazione della legge, anche quei genitori che genitori non possono chiamarsi, provocando danni irreversibili.

Ma questo sarà l’argomento di uno dei prossimi articoli, se avrete la bontà di ascoltarmi, e se avrò la forza di raccontarlo, introducendo anche il tema delle casa famiglia e delle sofferenze che vengono inflitte a molti bambini in nome della legge.

FLO, il direttore

Dopo anni di discriminazione nelle cause di affidamento della prole e condotto dure lotte per vedere riconosciuta la loro presenza genitoriale nella vita dei propri figli, i padri italiani finalmente ce l’hanno fatta!

Il numero dei padri impegnati in questa lotta è cresciuto a dismisura tanto da meritare l’attenzione dei politici che hanno dovuto metter mano alla legge e modificarla.Giustizia è fatta? Non proprio…La giustizia, che dovrebbe fare da ago della bilancia, troppo spesso fa pendere eccessivamente da una parte o dall’altra le sue decisioni. La figura genitoriale paterna, una volta poco riconosciuta, oggi tende ad avere la meglio (anche in qualche caso di padre poco “meritevole”).

E pure gli operatori sociali si sono adeguati a questo “trend”, tanto che oggi sta nascendo una nuova categoria, quella delle MADRI discriminate dal sistema…lo testimoniano i diversi casi di cui si occupano i mass media.

Le madri di oggi sono più esposte, che in passato, ad essere considerate inaffidabili e manipolatrici…la vera rovina dei loro figli! A loro non viene scontato nulla, pretendendo sempre di più e anche l’impossibile…e sembrano avere sempre torto.

Se prima si assisteva alla sottrazione dei figli ai genitori drogati, alcolizzati, violenti o comunque lesivi per i minori, oggi è sufficiente che due genitori abbiano un “rapporto conflittuale” per vedersi portare via i figli.

O ancora, il sospetto più o meno fondato che ci sia “alienazione genitoriale” (quasi sempre è la mamma ad essere accusata di mettere in cattiva luce il papà agli occhi del loro figlio).

La teoria di R. Gardner sulla PAS, ossia “sindrome da alienazione genitoriale” è appunto una teoria e non una scienza inconfutabile.In America la PAS è conosciuta e applicata da decenni, con risultati drammatici per le mamme e i bambini, tanto che sono nate organizzazioni come la Mother’s Alliance che tutela le donne alle quali sono stati sottratti i figli. E’ necessario ripetere l’esperienza anche qui in Italia?

NELLE CAUSE DI AFFIDAMENTO DEI FIGLI NON CI SONO VINCITORI NE’ VINTI !!

A pagare il prezzo più alto sono sempre e solo loro: i BAMBINI, stritolati da un sistema che, anziché tutelarli aiutando le loro famiglie, li distrugge.

Questi bambini sottratti ai genitori vengono rinchiusi in case-famiglia, altrimenti dette comunità, luoghi ritenuti “neutri” dagli istitutori e dove “non vengono condizionati”.Togliere un figlio a una madre è come estirpare le radici alla terra!!Ci si può opporre a tutto questo? I tempi purtroppo non sono ancora maturi per poter parlare di malagiustizia.

L’esperienza mi insegna anche che nelle cause di separazione tra coniugi, a soccombere spesso non è tanto la parte che, con la sua condotta, ha causato la fine del rapporto, bensì la parte che per mancanza di informazione e/o di mezzi economici, non riesce ad attivarsi per proporre ricorsi nelle opportune sedi giudiziarie avverso il cattivo servizio offerto sia dagli operatori sociali che della giustizia più in generale.

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Questa è la storia di due mamme che si contendevano lo stesso bambino. Entrambe ritenevano di averlo generato e partorito e ne rivendicavano la maternità.

Non riuscendo a risolvere tra di loro il conflitto, esse si rivolsero al saggio re Salomone il quale, dopo aver ascoltato le ragioni dell’una e dell’altra madre, propose di risolvere il problema tagliando con una spada il bambino in due parti uguali da dividerne una metà per entrambe. La mamma “finta” fu contenta di questa soluzione, mentre quella vera inorridì alla proposta e pregò il re affinché non uccidesse il bambino preferendo rinunciarvi e affidarlo all’altra donna. Re Salomone sorrise e da quel gesto capì qual era la vera madre, quindi glielo affidò. Perché ti racconto questa storia? Perché anch’io, come tante mamme oggi mi trovo di fronte a questa scelta.

Oggi, purtroppo, non abbiamo istituzioni né leggi con la saggezza di re Salomone. Le responsabilità e le capacità genitoriali, oggi molto discusse, non nascono dall’imposizione della nuova legge sulla bigenitorialità, intrisa da ingerenze istituzionali all’interno del nucleo familiare che, a mio avviso, non fa che peggiorare la qualità della vita dei bambini figli delle coppie separate.

Questa situazione nasce dall’irresponsabilità di molte madri che in passato hanno abusato del diritto di genitore affidatario acquisito dal giudice della separazione e hanno usato i loro figli per ricattare sul piano psicologico ed economico l’altro genitore arrivando, in molti casi, a cancellarlo dalla loro vita. Mi riferisco ovviamente a quei padri desiderosi di partecipare alla vita dei loro figli, quelli disposti a occuparsene rinunciando al tempo libero, sacrificando parte del loro lavoro e degli impegni per dedicare le loro premure e attenzioni alla prole.

Dalla situazione appena accennata, com’era prevedibile, i padri si sono ribellati, ma oggi a pagarne il prezzo sono spesso madri che non hanno posto queste barriere ai loro ex compagni e che, per vari motivi non sempre addebitabili a loro (violenza, stalking), si vedono portare i figli perché l’altro genitore, pur di contrastarle, ne chiede l’affidamento esclusivo (usando spesso in modo strumentale nei confronti della loro ex, la PAS, “sindrome” da alienazione genitoriale) o, peggio ancora quando non riesce, preferisce che i bambini vengano rinchiusi nelle case-famiglia. Ecco perché, anche oggi, servirebbe la saggezza di un re Salomone. E perché non si può imporre la stessa legge per tutte le separazioni.

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