Mamme Coraggio

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Federica vive in una storica città del nord Italia, dove il ritmo del tempo batte veloce, scandito dalla laboriosità delle fabbriche, dove le periferie sono un brulicare di vita intensa e disordinata.

E’ giovanissima donna di vent’anni o poco meno, che dalla mattina alla sera si divide tra vari lavori e lavoretti, un giorno da una signora per fare le pulizie, un giorno in una famiglia con tanti bambini a fare la baby sitter, le sere in una pizzeria del quartiere a servire ai tavoli, qualche appuntamento come parrucchiera a domicilio…

Una ragazza che sa sbarcare il lunario, alla faccia di tanti bamboccioni…

Federica ha pochi grilli per la testa…la sera torna a casa talmente stanca, che riesce a malapena a pensare di chiamare qualche amica…

Ogni tanto esce anche lei, meno di quanto desidererebbe, un giro in discoteca, una cena con amici, talvolta il boowling…ma pochi divertimenti e molto distanziati nel tempo.

Non ha ancora un ragazzo fisso…per adesso si guarda intorno, si fida poco.

Dovrebbe incontrare un santo, uno che potesse riuscire con dolcezza, pazienza e una grande dose di amore a creare una falla nella barriera imponente in cui lei è arroccata, anima e corpo.

Dovrebbe incontrare un uomo buono, che non ama i confronti serrati e faticosi, che lasci un poco correre, che non si attacchi a discutere ogni frase, ogni velatura nei gesti e nelle parole.

Dovrebbe essere un uomo niente affatto pesante.

Il gruppo di amici di Federica è comunque quello delle scuole superiori, con cui lei è rimasta in contatto, ragazzi e ragazze giovani, affabili ed allegri.

Ma un’amica vera, quella che tutti desiderano, quella che è preziosa come un tesoro, ebbene non ce l’ha…una a cui confidare i pesi del cuore, da cui essere sollevata dai problemi con un volo di parole speranzose e con un sorriso complice od un abbraccio affettuoso.

Federica desidererebbe tanto avere un’amica così.

Ma non l’ha ancora trovata.

Dovrebbe incontrare una ragazza, capace di ascoltare, di non stancarsi dei suoi silenzi, delle sue paure, del suo improvviso chiudersi in un a sorta di mondo immaginario, dove vaga sola per giorni, impossibilitata a tornare indietro, senza una mano amica.

Dovrebbe insegnarle a ridere, a lasciarsi andare, a divertirsi un poco, a lasciar uscire da sé tutto un sommerso di affetto, passione, dolcezza, tutto ciò che racchiude in uno scrigno  che non condivide , ma che metterebbe in luce la sua bellezza interiore.

Non ha ancora incontrato un fidanzato speciale, né un’amica altrettanto eccezionale.

Per adesso però si accontenta di ciò che ha…

Federica, in una delle sue serate solitarie e stanche per i piedi gonfi e la schiena dolorante, in uno di quei giorni un pò no, che attraversano il tempo della nostra misera umanità, navigando su facebook, per un caso fortuito, si è imbattuta in un mio articolo scritto tempo fa, riguardo la storia di una ragazza che chiedeva aiuto per suo fratello rinchiuso (è il termine esatto) in una casa famiglia.

Ho trovato una sera, la storia di Federica nella mia posta, uno sfogo carico di lacrime, di rabbia, stupore, parole semplici un poco sgrammaticate, ma che mi sono andate dritte al cuore.

Le ho risposto, e da allora è iniziato un carteggio breve ma gravato di dolore e di fatti per cui chiede una parola, un aiuto, un consiglio.

Federica attraverso quel primo articolo ha scoperto di trovarsi in un mondo in cui il dolore, quel suo stesso dolore è condiviso da tantissime altre persone ed ha cominciato pian piano ad aprire il suo cuore.

Federica pensava di essere l’unica a portare nascosti i segni vergognosi di un’infanzia drammatica, e non sapeva che tanti bambini si trovano in casa famiglia, pur avendo delle persone che possono tranquillamente provvedere loro, pur avendo delle madri che li aspettano e li piangono.

Federica non sapeva che il suo dramma è una orribile fotocopia di tante storie tutte uguali, accomunate da odio, rabbia, litigi e distruzione.

Perchè Federica ha un fratello di quattordici anni chiuso contro la sua volontà in una casa famiglia.

E non immaginava proprio quanti ragazzi siano nella stessa condizione di suo fratello…

E’ entrata in contatto con tante mamme che vivono il dramma della prigionia del figlio, senza che ce ne fosse un reale bisogno.

Ha conosciuto ragazzi che aspettano il ritorno dei propri fratelli.

Federica ha scoperto di non essere sola e di poter gridare tutto il suo pianto a chi la può comprendere  senza quasi spendere troppe parole.

La sua è una vita iniziata all’insegna dell’infelicità.

Sua madre, con cui lei ancora vive, è una fragile donna, molto semplice, poco istruita, ma con un cuore grande, due occhi sempre imploranti e delle rughe precoci, scavate sulle guance.

Rimase incinta di lei a sedici anni, matrimonio riparatore, poca conoscenza del marito, una veloce e non ben identificata passione iniziale, finita tra le ceneri di una vita grama, in cui le fu ben presto chiaro il suo ruolo di schiava, di valvola di sfogo, di catalizzatore dei più bassi istinti animaleschi, in cui tutto d’un colpo, si sono infranti i sogni e le speranze.

La povera madre era stata una ragazza ingenua, così desiderosa di provare precocemente le forti emozioni della vita, da cadere tra le braccia del primo arrivato, un belloccio con un pò di muscoli, con le magliette attillate ed il pacchetto di sigarette sempre in mano, uno che ti guardava e sembrava ti si infilasse dappertutto.

La madre pensò di aver incontrato un seduttore e si diede da fare per conquistarlo…con tutta la sua ingenuità di piccola donna e la superficialità che le veniva da letture non molto edificanti di romanzetti in cui le protagoniste venivano sedotte da uomini che poi le rendevano le regine del cuore e del loro castello.

Altro che castello!

La madre di Federica si ritrovò in una prigione di menzogne e per giunta incinta, evidentemente incinta.

Dopo la nascita della bambina, lei sola a combattere le notti insonni per i pianti della piccola, a destreggiarsi con quattro soldi per campare, con un marito sempre in giro a molto bighellonare e poco lavorare.

La prima sera in cui lui tornò ubriaco, la violentò.

E poi ancora, e di nuovo, e di nuovo…

Giovane donna, giovane madre, ormai disillusa, con la morte nel cuore e tutti i desideri sepolti nel luridume della violenza.

Abortì di nascosto… una, due volte, forse tre.

Quando i segni sul volto erano evidenti, quando il ventre le doleva come se l’avessero investita, non usciva di casa, evitava, per non farsi compatire.

E la bimba cresceva… urla botte, improperi, e la bimba cresceva. E vedeva…vedeva tutto…e pensava fosse normale, pensava fosse il mondo dei grandi.

Era una bimba silenziosa, una spia l’avvisava che era meglio che facesse finta di non esserci, imparò i giochi solitari e immaginari.

Era una bimba pensosa, Federica, quel mondo che la rifiutava, la spingeva a crearsi una terra  incantata in cui si rifugiava per giorni interi.

La madre era troppo persa a difendersi da quello sterile amore che si era trasformato in odio. Era troppo intenta a compiangere la sua vita distrutta, la sua giovinezza, la sua bellezza. Troppo immersa in desideri di fuggire e trovare un principe che la conducesse via dalla bestia che la teneva prigioniera.

Ma a lei, nonostante tutto, la curava, la vestiva come una bambolina, la coccolava…

I vicini, i familiari, fingevano di non sentire, di non sapere, di non conoscere.

Alzavano la radio se le urla correvano veloci tra le pareti, non commentavano il volto livido della madre…

Nessuno mai tese una mano, un fazzoletto per piangere, nessuno mai disse una parola.

La madre rimase di nuovo incinta e stavolta non riuscì ad abortire.

Nacque un maschio, uno splendido bambino dalle gambe lunghe e dagli occhi di brace.

La madre lo adorò dal primo istante.

Per lei, lui divenne tutto.

E lo tirò su bene.

Al punto che all’improvviso ebbe la forza di ribellarsi.

Una sera il marito ubriaco tentò come sempre usarle violenza, l’odore fradicio di sudore, vino, fumo, le mani come artigli a spogliarla e a percorrerla con gesti veloci, il respiro affannoso ed il fiato acido sul collo.

D’improvviso il bimbo si affacciò alla porta…la madre se ne accorse, ma non riusciva a liberarsi dalla morsa dell’animale.

Il suo piccolo, no, lui non doveva sapere quello che facevano alla sua mamma.

Trovò una forza sovrumana, diede calci, pugni, uno nell’unica fragilità dell’uomo, e riuscì a svincolarsi per raggiungere il figlio con gli occhi spalancati.

Ma fu raggiunta dall’uomo, il suo dolce tesoro era in pericolo, si diresse a forza, col figlio in braccio verso la porta, la spalancò e cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in corpo, alimentato da anni ed anni di silenzio.

Quello che avvenne dopo fu terribile.

Accadde che il padre riuscì a cavarsela con dei rimproveri limitatamente pesanti. La madre invece, si ritovò in un incubo senza fine. Venne considerata troppo debole, incapace di dedicarsi con continuità ai suoi figli e fu lasciata sola, avvoltolata in giudizi di incapacità genitoriale.

Federica in men che non si dica si ritrovò in casa famiglia con il fratellino…

Nelle sue lettere Federica non mi ha raccontato tutto il dramma, mi ha fatto intuire che stare senza la madre è stato intraducibile per l’orrore.

Mi ha parlato invece del suo dolore di oggi, perché ora che lei è maggiorenne, ha potuto scegliere di tornare dalla madre, ma suo fratello è ancora lontano da lei, in un a casa famiglia in cui viene tenuto in maniera coatta.

Ogni giorno, tra un lavoro e l’altro piange tutte le sue lacrime. Ha pochi soldi, non tanti per pagare le spese legali di un bravo avvocato, non tanti per chiedere consiglio a chi i consigli li sa dare.

La sua mamma, questa fragile donna che li ha partoriti, nonostante i suoi drammi una madre lo è stata, una brava madre, tutta sola nella sua prigionia. Per il fratello si sarebbe buttata nel cuore, gli avrebbe dato tanto amore, tutti i giorni, il meglio di sé, avrebbe lavorato ovunque per mantenere i figli.

Invece questo amore le è rimasto lì nel cuore, con l’obbligo, per favore, di non mostrarlo.

L’hanno punita per la vita in cui si è cacciata alla ricerca dei suoi sogni e le hanno tolto i figli, l’unica ragione di vita, l’unica possibilità di lottare per essere migliori.

Le hanno tolto suo fratello…Quante volte, ancora oggi, dopo essere ritornata a casa, la scopre sul letto a piangere abbracciando il suo dolore tra il petto, lanciando flebili lamenti.

Una donna distrutta…che ha dovuto imparare a vivere senza i figli.

Federica può vedere raramente suo fratello: una volta a settimana possono incontrarlo all’istituto.

Trattano lei e sua madre come degli insetti da tollerare.

Possibile che non ci sia tra loro un operatore che abbia un cuore e l’intelligenza per capire?

Federica rivuole suo fratello.

Perchè non può stare a casa con lei e sua madre?

Lui adora entrambe, ha una rabbia repressa perchè non vuole rimanere in quello che non è il suo rifugio.

Studia poco, è spesso triste, arrabbiato, è controllato su tutto, non ha amici.

Come potrebbe farseli, gli amici?

Non è libero di uscire dopo la scuola.

-Aiutatemi, voglio uscire di qua!- dice spesso a lei e sua madre

Negli ultimi tempi lo dice meno spesso, perchè gli operatori minacciano che non gli faranno incontrare più  la sua famiglia, che lo induce a strani atteggiamenti, lo rende rancoroso…

Ormai Federica non spera neanche più… sa che dovrà aspettare che suo fratello abbia diciotto anni per potersi liberare dalle decisioni  degli uomini che amministrano la giustizia minorile.

Sa che solo allora potranno darsi la mano e percorrere insieme un altro tratto di vita: fratello e sorella…insieme.

Intanto, nell’attesa deve riuscire a gestire il pianto dirotto che grida l’ingiustizia e che ha sempre nella gola, come una morsa.

Intanto deve sopportare gli occhi pesti di lacrime della madre, la sua amabile madre, con le mani screpolate dalla fatica nelle case dei signori…

Io posso solo gridare con le mie parole quello che lei ha nel cuore:

“Ridatemi mio fratello!”

FLO


Stamane, 23 aprile, a pagina 23 di Repubblica, mi capita di gettare il mio occhio clinico su un trafiletto e cosa leggo?

Nei giorni scorsi il tribunale dei minori di Trento ha disposto che un bambino di 8 anni venisse preso e portato in casa famiglia. Motivo dell’ordinanza andata a buon fine (si fa per dire)?

La madre risulta troppo protettiva col figlio, che vive un rapporto simbiotico con lei. No, non si parla di sindrome di PAS, ma di qualcosa che è un suo affluente: SINDROME DELLA MADRE MALEVOLA.

Dunque, cos’è tale sindrome, che solo a nominarla mi viene l’orticaria?

Ve lo spiego in poche battute: è una forma di manipolazione che la madre, nel caso specifico attua sul figlio, provocando un distacco dall’altro genitore (genitore alienato) e creando un eccessivo attaccamento al bambino stesso.

Così, pochi giorni fa, con l’imprimatur del tribunale, i servizi sociali si sono presentati alla scuola del bambino. Il Preside ha chiamato subito la madre e la nonna, accorse immaginiamo con che animo, ma non c’è stato nulla da fare: di fronte ai compagni, pure qui possiamo comprende il loro  spavento, il bambino, fra urla e lacrime, è stato portato via, udite udite, in una STRUTTURA PROTETTA.

Protetta da che? Da cosa? Da una povera madre. E non ditemi di andarmi a leggere gli atti che stavolta  in verità non conosco.

Direi di fermarci per un minuto di silenzio in questo momento, perchè dobbiamo piangere la giustizia che sta morendo in nome di teorie strampalate o applicate a casaccio, guarda caso sempre alle madri.

Sono sicura che in questo preciso istante Falcone e Borsellino, l’emblema della vera giustizia, piangono con noi.

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Dopo questo minuto di silenzio, riprendo per informarvi che la madre del piccolo aveva fatto accuse pesantissime contro il padre del bambino, non permettendogli di vederlo, accuse che non si sono potute dimostrare e, se siete miei lettori sapete il perchè. Ne ho parlato tanto in altri articoli e ne continuerò a parlare: le accuse di pedofilia familiari non arrivano ai processi, muoiono in fase precedente

Il bambino viveva con la madre e con la  nonna: troppe donne a cantare.

 Bene, il bambino non vuole incontrare il padre?

Vai, in casa famiglia. MA CASA FAMIGLIA DE CHE? come si dice a Roma. La casa il bambino ce l’ha e la famiglia pure: la sua mamma.

Cosa traiamo da questa storia?

Mamme mi raccomando, da oggi potreste avere la sindrome delle madri malevole.

Non comprate al bambino la merendina, per favore, non baciate vostro figlio prima che entri in classe, non vi fate vedere troppo amorevoli, il vostro amore potrebbe venir considerato malato. E perchè affannarsi per portare i figli a calcio, a danza, poi a catechismo, poi a suonare, poi da un amichetto?

Per carità, lo soffocate.

Buona giornata, madri italiane, madri malevole.

Oppure vi viene la voglia di lottare con me e tante altre che desiderano cambiare le cose?

Servono politici, che appoggino questa causa, servono parlamentari che chiedano al ministro Alfano un’ispezione ai tribunali dei minori dove accadono questi obbrobri legislativi, come a Roma, dove ieri, il senatore Pedica, ha chiesto un’ispezione al tribunale dei minori di Roma per il caso del piccolo Matteo di Sezze.

Di nuovo, buona giornata madri malevole.

FLO, il Direttore

 


Poche settimane fa vi raccontavo la triste storia di Matteo e della sua mamma.

Ricordate? Per il piccolo Matteo un giudice del tribunale dei minori aveva deciso che fosse opportuno collocarlo in una casa famiglia da scegliere per allontanarlo dalla sua dolce, giovane ed amorevole madre.
Il povero Matteo infatti è reo di non voler vedere suo padre, padre che non l’ha voluto riconoscere alla nascita, che non si è mai occupato di lui e che poi è entrato di prepotenza e con violenza nella sua vita con tutti i bolli giudiziari.

Invano periti di parte, psicologi ed assistenti sociali molto attenti, hanno chiesto che il bambino potesse rimanere con sua madre perchè è il suo mondo, il suo punto di riferimento assieme ai nonni materni che vivono vicino a lui.

Invano l’avvocato ha cercato di far comprendere come la mamma di Matteo sia un’ottima madre, lavoratrice, attenta alle esigenze del figlio.

Invano, invano

Invano ha affermato che il piccolo è terrorizzato dal padre non certo perchè sia fomentato ed indottrinato in casa (PAS!).

Non potete immaginare come abbia vissuto Matteo in questi ultimi tempi.

L’ho personalmente conosciuto quando era un bimbo sempre allegro, vivace, divertente, sempre dietro un pallone o a correre giù verso il mare, sempre pronto a rotolarsi nei campi. Bravissimo a scuola, attento serio, partecipe, capace di relazionarsi con i compagni e con le insegnanti in maniera corretta, sempre pronto ad aiutare i compagni e disponibile al dialogo educativo.

Ebbene, ora che sa cosa lo attende è divenuto triste, spaventato scontroso, impaurito per ogni cosa.

Soprattutto si sta convincendo che la sua adorata madre ed i suoi nonni si vogliono sbarazzare di lui.

Potreste dargli torto?

Che lettura può dare di questa storia un bimbo che si vede costretto ad allontanarsi dal suo mondo?

Perchè -pensa- la sua mamma accetta la decisione di allontanamento, perchè non urla, non strepita, non combatte?

Perchè -pensa Matteo- perche?

Sono andati da lui le forze dell’ordine e lui ha detto che non si sarebbe allontanato da casa.

Sono andati a prelevarlo gli assistenti sociali e lui ha detto che no, grazie, stava bene dove stava.

E’ andato a prenderlo il curatore inviato dal giudice e lui ha urlato e strepitato, ma di certo non si è mosso.

E ci mancherebbe! Matteo è rimasto forte e deciso.

Ma a che prezzo?

A prezzo della sua stabilità emotiva.

Ebbene, sapete cosa sta accadendo in queste ultime ore?

Siete i primi a saperlo, prima che questa storia arrivi alle cronache in tutta la sua drammaticità.

Il giudice ha da poche ore ordinato che il piccolo Matteo venga prelevato dalla sua casa dalle forze dell’ordine, che dovranno vincere la sua resistenza.

Che ne dite? Parlo con lettori intelligenti. Che significa ‘vincere la sua resistenza’.

Dato che la lingua italiana mi appartiene, leggo con chiarezza che Matteo dovrà essere prelevato con la forza.

Matteo sarà prelevato con la forza, esiliato dalla sua casa, dalla sua famiglia, dai suoi affetti, dai suoi amici,dalla sua storia, per creargli un’altra storia, per creare un nuovo Matteo, più disponibile verso il padre che rifiuta.

Questa è la sorte di Matteo se non accadrà qualcosa, se non interverrà dall’alto qualcuno ad aiutarlo.

So che tra le mie lettrici ci sono molte mamme che hanno i loro figli in case famiglia, non madri orche, non madri terribili, inaffidabili e pericolose, ma madri amorevoli, madri normali, con tutti i pregi ed i difetti di questo mondo.

So quanto dolore rinnovano leggendo questa storia, che è molto vicina alla storia dei loro figli.

Ho scoperto di avere molti lettori uomini, seri onesti ed intelligenti che hanno compreso che non bisogna rivolgersi a certi gruppi perchè hanno tutto l’interesse nel seguirli legalmente e a livello psicologico, instillando odio nei confronti delle madri dei loro figli.

Sono certa che tali padri sono sconvolti nel conoscere la sorte di Matteo e di altri bambini e mai vorrebbero che rimanessero coinvolti i loro figli.

A differenza del padre di Matteo che invece tempo addietro chiedeva agli assistenti sociali di sedare il bambino per allontanarlo dafinitivamente per portarlo in casa famiglia.

Avete letto bene: sedare il bambino.

Mi pare strano che queste frasi del padre, se riferite ad un giudice capace di intendere e di volere, non abbiano fatto capire con che tipologia di uomo si ha a che fare.

Lascio ai lettori le dovute conclusioni al riguardo.

Matteo è in pericolo, lo salverà il fatto di rendere pubblica la sua storia ai mass media?

O i riflettori si accenderanno e si spegneranno sulla sua tragedia senza sortire effetto nelle coscienze di questa povera umanità?

Interverranno politici, esperti di tutti i campi e quant’altro?

Matteo è il simbolo di tutti i bambini che in questo momento sono in casa famiglia senza che ce ne fosse bisogno e contro la loro volontà.

Salvando lui possiamo salvare anche gli altri perchè faremo affiorare con forza la problematica.

Sia ben chiaro, personalmente sono convinta che le case famiglia siano un’ottima risorsa verso quei bambini e quei ragazzi dalla vita travagliata e problematica.
Ma le case famiglia non devono divenire una prigione per quei bambini che hanno genitori affidabili, come il caso di Matteo che, grazie a Dio, ha una madre decisamente sana in tutti i sensi.

In conclusione MATTEO NON DEVE ANDARE IN CASA FAMIGLIA.

RIUSCIREMO A SALVARLO?

So per certo che noi tutti,madri e padri ci domandiamo cosa sia questa giustizia.

GIUSTIZIA INGIUSTA.

FLO, il Direttore


Avrei voluto iniziare l’articolo con un altro titolo: SINDROME DI PAS. E CHE C

Vi assicuro, mi sembrava il titolo giusto, ma sono stata educata ad utilizzare un italiano scevro da tentazioni scurrili, per cui il mio iniziale slancio è morto sul nascere. I miei avi si sarebbero rivoltati nella tomba.

Comunque già il titolo fa capire come io la pensi su questa sindrome di PAS… PAS…PAS…
Non parliamo poi degli psicologi, degli servizi sociali: PAS…PAS…PAS…
E che PAS!

Le povere madri oggi a questa parola sono prese da attacchi di panico, tremori, pianti, neanche fosse morto qualcuno!
Beh, in realtà è come se il morto ci fosse, perchè PAS oggi vuol dire guai, molti guai. Per le mamme e per i loro amati figli.
Dopo che qualche psicologo, operatore sociale e poi un giudice, ha nominato e messo per iscritto la pestilenziale parola possiamo cantare il De Profundis e citare un grande: “Lasciate ogni speranza o voi che entrate…”

Oggi la PAS è la panacea di tutti i mali. Vi ricordate quando si andava dal medico e qualsiasi dolore avessimo, che non veniva riconosciuto da nessuna diagnosi, il medico aveva pronta la frase: “Signora è un pò di depressione!”

Quanti malati ho visto morire di depressione. Ricordo il padre di una mia amica che soffriva di terribili mal di testa ed i medici continuavano a dire che il poveretto aveva la depressione. Poveretto davvero! Morì dopo pochi mesi per un tumore alla testa. Figurati se qualcuno si era premurato di fargli fare le dovute analisi più approfondite.

Un’altra mia amica, dopo aver battuto la testa, si lamentava per forti dolori, anche dopo mesi dall’incidente. Indovinate quale fu la diagnosi del dottore? Che la donna aveva la depressione, che ritornasse a lavorare e non si approfittasse dello Stato!
Poi si scoprì, qualche anno dopo, che l’incidente le aveva provocato lo spostamento mandibolare. Ecco il perchè dei dolori, che passarono dopo aver fatto le cure adeguate.

Lo stesso accade oggi. Un bambino, figlio di genitori separati, se si inizia a lamentare di non voler andare con il padre (in rari casi, ma ci sono, con la madre), se comincia ad assumere un atteggiamento terrorizzato di fronte a lui, se assolutamente insiste nel suo atteggiamento o, peggio, se racconta cose terribili che non vorrei mai riportare per il dolore fisico che mi lascia, ma che riporterò nella seconda parte dell’articolo, bene, quel bambino ha sicuramente la sindrome di PAS.

Ma come, non è il caso di tranquillizzare il bambino, di dirgli stai calmo, non ti preoccupare per adesso non ci vai da papà, se sei così spaventato?

Non è il caso di capire con calma cosa abbia il bambino, aiutarlo pian piano a confidarsi? Non è il caso di ascoltare? Non è il caso di prendere in seria considerazione le cose che ha da dire? Non è il caso di trattarlo con l’attenzione che merita?

No, evidentemente non è il caso.

Sano buon senso dove ti sei trasferito? Sei andato a farti benedire in questo mondo di esperti che credono di sapere tutto di tutti ed invece non sanno guardare al di là del loro naso?

Intanto gli esperti dicono che la PAS è un disturbo psicologico che si riscontra solo ed esclusivamente nelle controversie che avvengono nell’ambito delle separazioni, per la custodia dei figli.

Solo i figli contesi, cioè, possono ritrovarsi appiccicata l’etichetta della sindrome e covare gravi patologie che non consentiranno loro una vita normale, a meno che qualcuno non li prelevi, non li porti in qualche casa famiglia e non li aiuti dall’esterno.

La PAS è di derivazione anglosassone, vanta studi più che ventennali e, a detta degli esperti, è ancora poco conosciuta ed applicata in Italia, mentre meriterebbe una considerazione maggiore.

Su questo punto dissento subito: Non solo è conosciuta, è conosciuta troppo e male, è applicata spessissimo ormai e con effetti deleteri e terribili che non basta una vita per liberarsene.

La PAS è stata descritta e sintetizzata da Richard A. Gardner che nel 1985 rese noti i suoi studi.

Lo psichiatra, non pago del suo duro lavoro nell’esercizio intellettuale, riuscì ad applicare le sue teorie con grande successo in America.
Venne chiamato ad applicarle nei più redditizi processi per divorzio di ricchi americani che, grazie a lui, riuscivano a liberarsi di ex mogli che, attraverso i figli, a loro dire, li volevano spennare.

Inutile sottolineare che Gardner si procurò fama e denaro, molto denaro.

In verità non riuscì a godere del frutto del suo duro lavoro, perchè diede termine alla sua vita col suicidio, avvenuto in un modo molto cruento.

Se almeno prima di morire avesse sconfessato tutte le cretinate che aveva fatto bere a tutti!

Ebbene oggi in Italia si propagandano a tutta birra (parlavamo di bere) le teorie di un suicida (che valore attribuire alle tesi di un uomo disturbato?) che, in America, è anche mal visto a causa di sue dichiarazioni alquanto inquietanti riguardanti la pedofilia.

In sintesi, a tal riguardo, egli dichiarava che la pedofilia non rientra nelle patologie sessuali da combattere, che non è una terribile devianza, ma che va inquadrata nella sfera dell’ orientamento sessuale: chi si orienta verso l’altro sesso, chi verso il proprio sesso, chi verso i bambini. E che sarà mai, ognuno ha un tipo di inclinazione sessuale (naturalmente è una nota polemica)!

Ma quello della pedofilia e dell’eccessiva indulgenza di Gardner a questo riguardo è un’altra storia, altrettanto terribile, ma un’altra storia..

Torniamo dunque a parlare della PAS, attraverso la quale si vogliono stanare le modalità ed addirittura le tecniche di programmazione da parte del genitore alienante (quasi sempre la madre), che costruisce nel bambino una sorta di paura, odio e diffidenza nei confronti del genitore alienato (quasi sempre il padre).

Secondo Gardner e la corrente da lui derivata, che a mio parere sta intossicando il clima della giustizia italiana, la madre progetta una sorta di processo di programmazione del figlio contro il padre; il figlio stesso diviene poi parte attiva nel mostrare astio nei confronti del padre e nel dichiarare di non volerlo più vedere.

Il figlio viene programmato talmente bene dalla madre, che riesce a mostrarsi come soggetto autonomo, cioè riesce a far credere che odia il padre per motivazioni proprie e non perchè sia stato suggestionato dalla madre.

Tutto ciò avviene perchè il figlio sceglie il genitore sofferente (la madre) e crea una sorta di alleanza che lo conduce ad un astio e ad un disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore.

Orbene, portando la situazione sopra descritta a casi che si riscontrano giornalmente nei tribunali, il bambino, dopo la separazione dei suoi genitori, dichiara di non voler più incontrare il padre, adducendo una serie di motivazioni (con un diverso linguaggio e diverse espressioni, a seconda dell’età) che lo portano ad avere paura, terrore nei confronti del padre.

Paura e terrore che gli esperti chiamano astio.

Purtroppo il bambino, sempre più spesso racconta episodi circostanziati di violenze fisiche ed abusi nei suoi confronti da parte del padre.

Di fronte ad accuse di questo tipo, talmente gravi che la mente si ribella al solo sfioramento del pensiero, gli esperti indagano con la delicatezza di un elefante, ma hanno ormai inculcata talmente bene nella testa la sindrome di PAS che, già prima di iniziare la loro indagine, sono convinti che le paure del bambino derivino da un condizionamento più o meno voluto, conscio o inconscio, da parte della madre, che deve far pagare al povero padre la disgrazia della separazione.

Queste sono le conclusioni sempre più spesso delle indagini degli esperti: la madre ha influenzato il figlio a tal punto che questi racconta fatti mai accaduti, ma che sono generati dal terrore e dalla paura indotta nei confronti del padre.

A questo riguardo devo sottolineare che oggi gli esperti parlano per la maggior parte dei casi di PAS senza che questa debba assolutamente essere citata.

Infatti Gardner stesso afferma che, per parlare di PAS, sia necessario chiarire che i sentimenti di astio, disprezzo e rifiuto del padre da parte del bambino non debbano essere giustificati da violenze da parte del padre.

Ciò vuol dire che in presenza di reali abusi o trascuratezze, la diagnosi PAS non può assolutamente essere applicabile.

Ciò significa che si parla di PAS a sproposito, lì dove il bambino racconta in incidente probatorio di violenze ed abusi.

Ciò significa che gli esperti non conoscono bene la teoria di PAS.

Oppure ciò significa che gli esperti non credono assolutamente possibile l’abuso e non credono al bambino già prima che parli, trovando più facile e rassicurante pensare che la colpa sia della madre che ha influenzato il figlio.

Per loro il mostro non è il padre, il mostro è la madre, che va allontanata per decodificare il figlio!

Per scacciare un absurdum si crea un altro assurdo.

Per scacciare l’orrore della realtà si crea una fantasia altrettanto orribile.

E così, fine della storia: ad una madre amorevole viene strappato il suo piccolo, il suo amore.
A tante madri amorevoli oggi sono stati strappati i loro piccoli, i loro amori.
Parleremo la prossima volta degli otto sintomi che presenta il bambino vittima della PAS.
Ma ormai già sapete che dovete aspettarvi.

FLO IL DIRETTORE


Nel momento in cui scrivo, in un antico borgo sul mare, una mamma (tra tante), sta soffrendo, Anche un bambino (tra tanti), sta soffendo, è impaurito, frastornato e non sa cosa ne sarà di lui.

Sara e Matteo, li chiameremo così.

Lei minuta, occhi neri, resi più scuri dall’ombra del dolore che è poggiato lì . Esile, ma forte, una mamma coraggio, che ama il suo piccolo e vuole che cresca sano, robusto e libero. Soprattutto libero. Che diventi un uomo, un vero uomo, capace di amare. Ma soprattutto che diventi un uomo buono.
Ha tanti sogni per lui. E sono tutti sogni belli.

Lui alto biondo, gli occhi neri della madre, la stessa ombra che li ricopre. Ha nove anni, ama la scuola, gli amici ed il calcio, il grande calcio. Sua madre è tutto per lui: la sua vita, il suo respiro stesso, la sua forza, la sua sicurezza.

Sara e Matteo sono soli. Abitano in una piccola casa bianca con le imposte verdi, un giardinetto intorno, pieno di fiori, con la palla sempre in mezzo, perché Matteo adora (come tutti i bambini italiani) il calcio. Sogna di giocare con Totti, guarda tutte le partite ed urla di felicità quando la sua squadra segna.

A pochi metri da loro, vivono i nonni materni, Maria, minuta come la figlia e grande cuoca, Giuseppe, un gran lavoratore, un imprenditore, di poche parole, ma dal cuore grande.

Matteo spesso si ritrova con i nonni ed uno zio, il fratello della mamma, che lui adora perché è giovane e lo porta a vedere le partite. Da lui scrocca pure qualche euro per le figurine. Questo è il suo mondo sin dalla nascita perché la sua amata madre rimase giovanissima incinta di un uomo che la abbandonò appena saputo della gravidanza.

Sara e Matteo hanno imparato a cavarsela, aiutati ed appoggiati dalla braccia forti dei nonni. Sara ha trovato un buon lavoro e ha cresciuto Matteo nel migliore dei modi.

Sara e Matteo erano felici insieme. Capitava spesso di vederli correre giù sulla stradina che conduce alla spiaggia, acchiapparsi e buttarsi sulla sabbia rotolandosi e ridendo fino alle lacrime. Il loro cuore scoppiava di gioia…

Piccolo mio ti voglio bene” gli sussurrava Sara e Matteo sentiva il cuore battergli d’amore.

Un giorno, quando Matteo aveva circa quattro anni, il padre (io lo definirei ‘biologico’ perchè ho tutt’altra idea di paternità) decise che era giunta l’ora di conoscere quel figlio che non aveva mai voluto. Entrò nella vita della madre e di Matteo come un uragano.

In tempi non tanto lontani, Matteo sarebbe stato figlio illegittimo, perché nato fuori da una relazione matrimoniale, non avrebbe avuto gli stessi diritti dei figli legittimi, avrebbe sofferto per il rifiuto, e ne sarebbe stato segnato per la vita.

Meglio sarebbe stato! Meglio per lui continuare ad essere figlio non voluto!

Ed invece le nuove leggi, che hanno portato tanti benefici ai figli illegittimi, hanno recato la possibilità per il padre che non si è mai sognato di occuparsi, neanche nell’anticamera del cervello, del figlio, di potersi riprendere tutti i diritti che aveva volontariamente rifiutato e cioè di divenire a pieno titolo ‘padre’, con la conseguenza di avere gli stessi diritti della madre.

Madre che l’ha tenuto nel grembo, che ha trascorso nove mesi da sola a sostenere controlli medici e tutto quello che concerne una gravidanza. Madre che l’ha partorito da sola, senza il sostegno del compagno. Madre che l’ha cresciuto, che ha vissuto le angosce per una malattia e le gioie dei primi passi completamente senza il supporto del padre di suo figlio.

Non parliamo della situazione economica, non la nominiamo neppure, perché è all’ultimo posto delle priorità in questa storia, visto che i nonni hanno provveduto abbondantemente ed a larghe mani, cercando di fare il meglio per amore, solo per amore.

Insomma, dicevamo che il padre entrò nella vita di Matteo, con tutti i bolli, con tutte le carte burocratiche a posto, con l’arroganza data dai suoi diritti riconosciuti. Chissà se a questo lo spinse il fatto che Sara aveva da poco conosciuto un uomo, che sembrava voler entrare nella vita sua e di Matteo! Questo non lo sapremo mai, ma il dubbio che il padre biologico fosse preso da un attacco di gelosia e dalla voglia di distruggere la madre di suo figlio, rimane. Si rimane.

Qualsiasi uomo, preso da rimorso per aver abbandonato una donna e suo figlio nel momento del maggior bisogno, avrebbe prima di tutto chiesto perdono alla madre di suo figlio e avrebbe cercato di rientrare nella loro vita o perlomeno nella vita del bambino, a passi felpati. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, con una gradualità dovuta alla situazione, avrebbe pian piano conquistato suo figlio e forse avrebbe avuto la grande gioia di sentirsi chiamare ‘papà’.

Qualsiasi uomo dotato di buon senso si sarebbe comportato così.

Invece il padre di Matteo costrinse il bambino, che non provava alcun tipo di affetto per lui, a incontri sempre più frequenti ed obbligati.
Fino a quando Matteo, non solo non voleva più incontrare il padre, ma cominciò a mostrare particolari disturbi ed a raccontare fatti strani, episodi inquietanti e iniziò a rivelare una perseveranza nel rifiutare gli incontri, urlando il proprio dissenso a più non posso, fino al punto di sentirsi male.

A suon di tribunale penale, tribunale civile, i giorni trascorrevano con dolore ansia e una improvvisa paura di non poter tutelare il bambino.

Inizialmente i servizi sociali della zona guardarono con sospetto l’atteggiamento del bambino, ipotizzando che probabilmente la colpa fosse da attribuire alla madre che influenzava Matteo nella scelta di non vedere il padre. Così cominciarono ad inviare al giudice preposto le loro osservazioni e contribuirono di certo a far sì che Sara fosse considerata una donna che non permetteva la ripresa della relazione tra padre e figlio.

In seguito si resero conto dell’errore, ma era troppo tardi. Cercarono di rimediare inviando, sempre al giudice, i nuovi dati emersi, che ponevano molti dubbi sulla salute mentale dell’uomo, supportati anche da una diagnosi che un centro di psichiatria infantile aveva effettuato su Matteo, gettando ombre su ciò che poteva aver subito dal padre.

Fu tutto inutile. Ormai la diagnosi era fatta: sindrome di PAS, la famigerata ed onnipresente sindrome di PAS.

Anni a difendersi, a difendere Matteo.

Proprio negli ultimi mesi la situazione è precipitata. Un giudice minorile ha fatto sentenze su sentenze: in una dava la podestà ad entrambi, in un’ altra, ha tolto la podestà alla madre ed ha deciso che il bambino doveva andare a vivere dal padre, poi al rifiuto delle forze dell’ordine di prendere Matteo con la forza, ha deciso che il bambino sarebbe andato in casa famiglia, poi si è convinto in una nuova udienza che forse Sara non è poi così orribile e che forse il padre non è poi così sano e ha ‘concesso’ di nuovo la podestà alla madre.

Neanche il tempo di riprendersi, neanche una settimana dopo, sempre lo stesso giudice, ha pensato bene che la madre stessa dovesse accompagnare Matteo in casa famiglia.

Saggia decisione, vero?
Qualsiasi madre degna di questo nome avrebbe ubbidito vero?
Voi lo avreste fatto, vero?

Immaginate la scena: una madre che tutta felice porta il bambino in una casa che si chiama famiglia, ma dove la famiglia non c’è, come se lo portasse in vacanza al mare.

Per quanto tempo poi dovrebbe rimanere?
Sei mesi. Che volete che siano sei stupidi mesi?

Mamme, voi che avete i vostri gioielli (così li chiamava la madre dei Gracchi), in case famiglia, sei mesi, sono sei mesi, o diventano anni?

Mamme, con quale animo una madre può percorrere la strada verso quella casa, portando suo figlio, sangue del suo sangue, vita della sua vita, in un posto da cui lei sarà esclusa per non so quanto tempo?

Abramo ed Isacco. Ma Abramo ritornò a casa col figlio.

Mi sovviene la favola di Hansel e Gretel, la casa della strega travestita da vecchia…la casa famiglia.

Rispetto la funzione ed il lavoro di chi dirige le case famiglia, alcune sono persone splendide, eccezionali, ma credetemi, quando arrivano bambini che ingiustamente sono destinati alle case famiglia, sono loro stessi, gli operatori, a piangere di dolore, di compassione, perchè sanno che quei bimbi dovrebbero stare con la loro mamma.

La casa famiglia dovrebbe accogliere chi è appunto senza famiglia o perché proprio non cel’ha o perché è così disgraziata e pericolosa che è meglio non avercela una famiglia.

La casa famiglia può salvare tanti, tanti bambini.

Ma vi prego il bimbo che una casa ce l’ha, che è circondato d’amore e d’affetto, vi prego, non può essere allontanato dal suo mondo.

E Matteo una casa ce l’ha.

Una casa dove, ad accoglierlo all’uscita da scuola c’è la sua splendida mamma.

E chissà, forse un giorno Matteo potrà avere un vero papà, non il papà biologico, ma un papà vero, che ami lui e la sua mamma.

Lasciate Matteo alla sua casa, ai suoi amici, ai suoi nonni, alla sua vita.

In questo momento però, Matteo è triste ed ha paura. Sa che verranno a portarlo via.

Mamma non mi mandare via, mamma, mammina, aiutami“.

FLO, IL DIRETTORE

S

Non vorrei rigirare il dito nella ferita, ma è necessario che le donne che hanno subito un percorso fatto di violenza psicologica e fisica, sappiano che, per uscire completamente dallo stato di sottomissione permanente, vissuto come atteggiamento nei confronti di un uomo padrone, ma anche nei confronti della vita stessa, bisogna imparare a comprendere quale molla le abbia spinte ad accettare una situazione che, guardata dall’esterno, risulta improponibile.

Ancora oggi molte donne subiscono in silenzio, al chiuso delle loro case, insieme ai loro figli e chiedono il silenzio.

Capita spesso, aprendo i quotidiani, di scoprire che un uomo ha ucciso moglie e a volte anche i figli. I commenti di molti vicini sono:” Era così un brav’uomo!
Lo sentiamo spesso, come se tutti gli assassini fossero improvvisamente presi da raptus omicidi nei confronti delle loro compagne, così, per un immanente impazzimento.
Non nego che talvolta la situazione sia veramente tale, ma non posso neanche nascondere che purtroppo molto spesso le relazioni familiari sono malate alla radice, mancando i principi base del reciproco aiuto e del reciproco amore e sostegno.

Quando accadono queste atrocità, in genere, le vittime, madre ed eventualmente figli, hanno tenuto nascosto il dramma familiare che si andava tessendo. Nessun aiuto esterno, nessun appoggio. Le tragedie accadono e non sono di certo un fulmine a ciel sereno per chi le vive.

Grazie a Dio, alcune donne e oggi sempre più (questo è positivo, perché si rompe il muro di omertà), cominciano a denunciare i loro aggressori, cominciano a metterli con le spalle al muro, superando la vergogna che deriva dal fatto che tutti sappiano del proprio fallimento familiare, imparando anche ad accettare che il mondo mostruoso creato intorno e al quale ci si era abituati, è crollato.

Ormai trovo insopportabili i commenti di chi, alla fine di una storia dolorosa di questo genere, si ostina immancabilmente, neanche fosse un proverbio, a dire: “A sbagliare si è sempre in due“.

Desidero sfatare la veridicità di questa frase fatta. Quando un uomo usa la violenza, psicologica e fisica, è sempre e solo lui a sbagliare. Sempre e solo lui, che ha distrutto non solo sogni e speranze, ma la vita stessa delle persone che l’avevano scelto per stargli accanto.

Non è vero che il fallimento di una relazione burrascosa sia da imputare anche alla donna, che però molto spesso continua ad incolparsene: “Se fossi stata più sottomessa, se fossi stata più buona, se mi fossi stata zitta, se non mi fossi intromessa, se non avessi bruciato la cena, se avessi finto un pò di più a letto…..”

Se, Se, Se….

I rimorsi di una donna distrutta da un uomo violento spesso, sono fatti di tanti se.
Qui, è il caso di dirlo, non esistono né se, né ma.

Quando un uomo usa la violenza, sceglie il linguaggio aggressivo del corpo e vuol dire che non sa utilizzare altri tipi di linguaggio, che conosce solo quello, quando si trova in una situazione che non gli piace o in cui è messo alle strette.

Sono tanti i casi in cui le donne raccontano di essere state picchiate selvaggiamente, con calci, pugni, capelli tirati con violenza, in un corpo a corpo in cui loro cercavano di difendersi, di chiudersi a riccio per parare meglio i colpi. Ebbene dopo che magari, per un nonnulla, l’ometto è scattato in questa maniera, condendo il tutto con improperi, ebbene dopo lo tsunami, sempre lo stesso ometto, magari la sera stessa obbliga la compagna a rendersi presentabile per la cena con gli amici.

Chi non conosce queste dinamiche può rimanere impressionato dal cambio repentino di umore: a casa mostro- padrone, fuori casa amabile.

Cosa fanno in genere le donne? Quasi grate di avere qualche ora di tregua, morte interiormente, ubbidiscono, si vestono ed escono con il loro ometto che darà grande prova della sua simpatia. Pensate, in un moto tardivo di affetto arriverà pure a fare una carezza alla sua cara compagna.

Come attraverserà il volto della donna quella carezza? Come una spada affilata. Quella carezza diviene la tregua che la donna accetta, proponendosi di non più far arrabbiare il suo ometto (mi scuserete, ma la parola uomo non mi esce dalla tastiera). Magari gli amici penseranno: che bella coppia e forse li invidieranno anche un pò. Perché alcuni ometti riescono a dissociarsi in una maniera tale da sembrare due persone diverse.

Stronza, puttana come tua madre, mentecatta di merda e tante altri fonemi sullo stesso tema vengono ogni giorno ad aggredire la povera donna che, alla fine, penserà di essere stronza, puttana e mentecatta di merda.

Ho voluto scriverle queste parole, sentire il puzzo sulla carta stampata per provare a capire cosa possa passare una donna che si trovi sommersa da questi improperi. Deve essere devastante, deve essere terribile. Vorrei che mai, nessuna donna, debba sentirsi chiamare così.  Nessuna donna lo merita, nessuna persona.

Quante donne alla fine di una relazione di questo tipo mi ha detto: “La mia vita è finita!“.
Vogliono dirmi che il loro mondo è distrutto, vogliono dirmi che il loro sogno di una famiglia è crollato, che loro stesse non sono altro che un fallimento.

Ed io rispondo con forza, quasi lo urlo: ” NO, LA TUA VITA NON E’ FINITA, LA TUA VITA RICOMINCIA QUI, ADESSO.”

Si, la vita ricomincia, nuova, tutta da scrivere, ma bisogna ritrovare il desiderio della vita, distrutto dalle volgarità e dalle botte. E non dimentichiamo le violenze sessuali.

Se leggeste qualche incidente probatorio sulle violenze sessuali continuate, inorridireste, voi padri preghereste Dio che non permetta mai su vostre figlie e sorelle un orrore del genere.

Qualche volta dimentico di ridere. Quando ascolto questi racconti, muoio dentro, una voragine minacciosa mi si spalanca davanti, soffro con le donne come se queste violenze fossero sulla mia persona. So che quello che raccontano è tutto vero e non sopporto che qualcuno metta in dubbio ciò che queste poverette hanno vissuto sulla loro pelle.

In questi casi penso spesso a Primo Levi, che dopo i sei milioni di Ebrei morti nei campi di concentramento, dopo quello che aveva visto, vissuto, sofferto e che ha lasciato in eredità alla memoria in “Se questo è un uomo“, si suicidò perché non riuscì a sopportare che in Italia, malintenzionati cominciassero a diffondere notizie sul fatto che le sofferenze ed il numero dei morti ebrei fosse falso. Dopo aver visto morire i suoi, come poteva accettare un simile affronto?

Ecco, quando le donne raccontano le loro tragedie e si sentono replicare che la maggior parte delle cose sono false, vengono ammazzate nuovamente. Non basta, devono pure ascoltare che se loro fossero state più amabili, certe cose non sarebbero successe.  Sono sicura che si sentono come primo Levi.  Io, a nome loro, mi sento così.

Capita di incontrare giudici, uomini e donne indifferentemente, pieni di acume ed attenti ai racconti, che si convincono della credibilità di quanto affermato dalle vittime. Ci sono ometti che si difendo affermando che cadono dalle nuvole riguardo ai fatti di violenza raccontate dalle loro stesse compagne.

Signor giudice, io l’ho sempre trattata con i guanti!

Mettono in scena una commedia dell’assurdo che pure chi assiste si sente assurdo. Continuano asserendo che, signor giudice, il problema è che non mi vuol far vedere i figli, per questo sta facendo tutta questa sceneggiata.

Capita allora che gli sguardi si posano tutti, sulla povera vittima, e tutti pensano per un istante e forse più, che allora è una falsa, una ingannatrice. Povero uomo, che megera ha incontrato e guardate come soffre per i figli che non può vedere!

E mica è finita lì. Non potete immaginare cosa inventano gli avvocati difensori, che linguaggio offensivo usano durante la difesa!
Che volete, è il loro lavoro (chiedo scusa ai tanti avvocati che non fanno queste cose, chi mi conosce sa che li stimo).

Capita però che quei giudici di cui parlavo prima, dotati di molta esperienza, capiscano da che parte stia la verità. E capita, grazie a Dio, che la verità salti fuori e che il colpevole si becchi una condanna. Condanna che comunque il colpevole non farà mai.

Ma tale condanna, scritta in una sentenza, sarà molto importante pr la donna, che vedrà riconosciuto il fatto che è lei la vittima, che lei non ha fatto nulla per scatenare le violenze, che l’uomo è un violento e va punito.

Perchè ha ucciso una donna nel più profondo dell’anima.

FLO


maggio: 2017
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